di Massimiliano Sfregola

 

Difficile dire dove volesse parare l’invettiva del canale televisivo della capitale AT5  che tanto ha fatto arrabbiare gli stranieri residenti in Olanda: a parte una sequenza di luoghi comuni e di verità parziali con gli “expat” come bersaglio – con l’aggiunta una tragicomica spiegazione del perchè gli americani sarebbero “loud”- non è ben chiaro quale interesse superiore abbia servito la principale antenna tv di Amsterdam.

Quell’articolo sembri parlare, tra l’altro, un pò alle “spalle”: è noto come una fetta consistente degli odiosi internationals residenti nella capitale, una delle 10 piaghe d’Olanda a quanto pare, non capisca la lingua di Erasmo, Van Gogh e Wilders. Quindi se è deplorevole montare campagne contro questo o quel gruppo sociale, lo è altrettanto lanciare un dibattito pubblico senza che i protagonisti abbiano possibilità di partecipare. Ma vediamo da vicino cosa non va in quell’articolo.

Cominciamo dal vocabolario: gli expat -e già potremmo discutere a lungo sul significato intrinseco di questa definizione- compongono una comunità indefinita che va dal top manager che beneficia del “30% regeling” ai lavoratori europei che percepiscono il minimo sindacale. Cosa hanno in comune i Tom e Cathy, americani, una ipotetica  coppia di ricchi expat che ha acquistato a peso d’oro l’attico nel treny Jordaan, con il muratore polacco, il cameriere italiano e l’operatore di call centre greco che dividono casa con altre 5 persone? Molto probabilmente tanto la coppia quanto i lavoratori europei stanno facendo la fortuna di un cittadino olandese: i primi con quei 30mila euro in più sborsati per aggiudicarsi la proprietà a Jordaan, gli altri pagando salatissimi affitti per camere, credenze o sgabuzzini accettati senza fiatare pur di vivere ad Amsterdam.

Si, questo è certamente un problema. L’altro problema è che i Tom e Cathy sono cittadini extra UE -ma discorso analogo varrebbe per gli europei- che beneficiano di un privilegio economico riconsciuto dalla legge olandese, mentre gli altri sono cittadini comunitari.

E qui apriamo un altro fronte: il gewone Nederlander spesso non sa che l’economia olandese e quella degli altri 27 paesi sono integrate; che le sue “traditie” vivono (e sono finanziate) all’interno di un’unica complessa cornice economica continentale e che l’Olanda ha costruito la sua ricchezza recente su un fiume in piena di soldi messi nel bilancio comunitario da tutti gli europei. E non sa, per giunta, che gli “expat” (ma il la parola “immigrati” usiamola, non è brutta) provenienti da Italia, Spagna, Polonia e Grecia hanno con lui in comune un passaporto: già, il trattato di Maastricht -si di Maastricht, città olandese- venne ratificato anche dai Paesi Bassi e ha istituito la cittadinanza europea garantendo a tutti pari diritti, un set di principi inviolabili e comuni validi su tutto il territorio comunitario, dalla Lapponia a Cipro e dalle exclavi spagnole in Marocco all’Irlanda. Possiamo moverci liberamente, senza chiedere il permesso, stabilirci dove vogliamo, sempre senza chiedere il permesso, e se volessimo potremmo addirittura votare e farci votare (alle amministrative).

“Noi” europei, quindi, non siamo ospiti, nè -in senso tecnico- stranieri. Questo sorprendente dato di fatto viene troppo spesso ignorato dal governo de l’Aja -che non parla mai di Europa,- ma anche dalla gewone Nederlander impiegata dall’agenzia per gewone Nederlanders TUI che un giorno a Schiphol mi chiese all’imbarco il permesso di soggiorno. “Sono europeo, non ho bisogno di permesso di soggiorno”, dissi. “Ma come? Da quando”, fu la replica. “Almeno dal 1971”. Oppure dall’ormai ex ministro Lodewijk Asscher, anche lui un gewone Nederlander, che in diverse occasioni ha proposto di rendere obbligatorio l'”inburgering” (corso di naturalizzazione) anche per gli europei.
Eh no, caro ministro gewone Nederlander, gli hanno risposto dalla Commissione europea: non si può. Lui, in realtà, si era spinto oltre: il suo piano era addirittura di reintrodurre in Olanda quote per i lavoratori comunitari. La Commissione, per decenza, ignorò quest’ultimo desiderio limitandosi a rispondere alla questione del corso di integrazione (dicendo sostanzialmente no)

E cosi, intrappolati nel limbo degli europei -quello “status – terra di nessuno” incastonato tra olandesi e stranieri- noi internazionali “bijzonder” siamo diventati nuovi bersagli dell’insofferente gewone Nederlander, il cittadino indignato che si identifica nella denuncia di AT5. Per fortuna non tutti gli olandesi sono gewone Nederlander anche se il leader cristiano-democratico Sybrand Buma, membro del nuovo governo e ideatore della bizzarra definizione, vorrebbe farci credere cosi; sono tanti, probabilmente la maggioranza -a giudicare dai partiti alla Tweede Kamer che li rappresentano- ma non sono l’Olanda.

Non sono pochi gli olandesi a sentirsi a disagio con i gewone nederlanders e la loro ostentazione di “normalità”: cosa possono fare, però i primi, se gli stranieri, soprattutto gli europei stanziati in maniera permanente nei Paesi Bassi non si fanno sentire? Se europei e altri stranieri non partecipano alla vita pubblica, non fanno sentire al niet gewone nederlander che non è solo nel provare disagio accanto al concittadino “normale”- limitandosi giusto a pagare tasse, la stessa quota dei gewone Nederlanders- accontendandosi dell’efficienza e rinunciando ai diritti, di cosa possono poi lamentarsi?