di Massimiliano Sfregola

 

La raccolta di firme dei record per il referendum per la depenalizzazione della coltivazione di cannabis e per l’eliminazione delle sanzioni amministrative per i consumatori in Italia è una grande opportunità: eliminerebbe le parti più odiose del disposto proibizionista ancora in piedi nella normativa del nostro paese e aprirebbe la strada alla possibilità di una futura legalizzazione.

Per ora è bene rimanere con i piedi ben piantati a terra: la Corte Costituzionale potrebbe bocciare i quesiti (è già accaduto, quasi 25 anni fa) e  qualora li accogliesse, dovranno comunque recarsi alle urne diversi milioni di cittadini affinchè il referendum sia valido. La strada, insomma, è lunga. Ma l’opportunità, vuoi il mutato clima sociale, vuoi il caso nato intorno alla raccolta firme online (che potrebbe raggiungere il traguardo delle 500mila oggi o domani) apre un’autostrada di opportunità da non sprecare.

La prima e più importante è che il referendum “poterebbe” il d.p.r. 309/90, l’attuale legge sugli stupefacenti e le ciniche modifiche proibizioniste introdotte da Giovanardi, spogliandola delle sanzioni penali. Ma lascerebbe comunque in piedi una legge che da sola non può funzionare. L’Italia, in breve, ha bisogno -referendum o no- di un nuovo testo unico sugli stupefacenti.

Quello attuale è stato concepito in piena “guerra alla droga” e riflette molte delle paranoie sociali dell’emergenza eroina di fine anni ’80.

Rispetto ad allora, oggi non c’è più solo l’isola antiproibizionista olandese: mezzo mondo sta ripensando le politiche sulla cannabis e i paesi dove è legale o regolamentata si contano ormai con numeri a due cifre. L’Italia, guardando all’Europa, ha necessità urgente di inventare un suo modello e di far emergere un dibattito pubblico sul “come”. E non c’è tempo da perdere: la tutela del consumatore e la produzione sono due questioni legate a doppio filo.

L’Olanda e i coffeeshop, sotto molti aspetti, non sono un punto di riferimento da prendere: quello è un esperimento di molto tempo fa che ha mostrato i suoi limiti. Sicuramente ha il merito di aver fatto vedere al mondo che si può convivere con la cannabis e che le immagini di distruzione agitate dai proibizionisti erano prive di fondamento. Ma quel meccanismo rimasto incompleto, ossia una depenalizzazione totale dell’uso personale senza la legalizzazione della coltivazione o senza una via legale per l’approvvigionaménto, ha finito per diventare un mezzo boomerang.

 

Oggi, in Olanda, gran parte della produzione di cannabis è in mano alle mafie, ossia ciò che il legislatore degli anni ’70 voleva evitare a tutti i costi. E i coffeeshop, esercizi che “fatturano” milioni di euro nella zona grigia costruita dalle autorità, non possono terminare la transizione dalla tolleranza all’accettazione formale, perché lo Stato non si è voluto spingere fino a quel punto.

Tutti i mali e tutto ciò che non funziona del sistema olandese dei coffeeshop non è in ciò che è semi-legale ma in ciò che è stato lasciato nell’illegalità. La modifica olandese del ’76 all’Opium Act ha tolto lo stigma sul consumo e l’ha normalizzato,  permettendo di raccogliere dati preziosi sul comportamento di chi fuma cannabis. Ma ad un certo punto della storia dell’esperimento olandese di tolleranza, ha fatto la sua comparsa la criminalità organizzata e il sistema si è professionalizzato all’interno di un quadro legislativo confuso e pensato solo per evitare il carcere a chi si faceva una canna. Le gang di mezzo mondo si sono intrufolate tra le maglie di questa schizofrenia legislativa, annientandone anche tanti risultati positivi.

Se in Italia dovesse, finalmente, arrivare una regolamentazione, dovrà tenere conto di questi precedenti e dell’esito nell’esperimento olandese. Indipendentemente dall’esito del referendum.