The Netherlands, an outsider's view.

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Bruxelles, alla galleria Wetsi artisti africani e afrodiscendenti “esplorano la decolonizzazione”

di Viola Santini

Photo credit: @wetsi.art.gallery FB

Il Belgio ha un passato coloniale con cui non ha mai fatto i conti, e questo non è un mistero per chi conosce la sua storia. Ma la pesante eredità di quel passato, in un Paese che convive con una immaginaria linea linguistico-culturale che taglia tutto a metà, è evidente e il dibattito è a corrente alterna.

Con 10 milioni di morti e uno sfruttamento intensivo del suolo, su come affrontare la breve e tragica esperienza coloniale belga non c’è mai stata una vera unanimità di vedute nel Paese: ancora oggi, come sottolinea il rapporto prodotto nel 2019 dalle Nazioni Unite, “il Belgio deve riconoscere la vera portata delle ingiustizie perpetrate durante il suo passato coloniale” per eliminare il razzismo “endemico nelle sue istituzioni” e nei suoi costumi.

Quest’anno, il 30 giugno, si sono festeggiati i sessanta anni dall’indipendenza del Congo. Il sovrano belga, per la prima volta in 60 anni, si è scusato per il passato imperialista  e per “le ferite” inflitte al popolo congolese. Ma quelle scuse sono solo un piccolo passo nel processo di decolonizzazione:  sarebbero ben 450 le strade, piazze e statue che portano nomi di personaggi legati a quel periodo buio.

La comunità nera belga, tuttavia, non è rimasta a guardare. Anne Wetsi Mpoma, a Bruxelles, ha messo su una galleria, un luogo per “esplorare la decolonizzazione”: accoglie, infatti, produzioni di artisti neri. “Ho aperto la galleria un anno fa, all’interno del Café Congo, uno spazio culturale indipendente fondato da Gia Abrassart, attivista e giornalista congolese naturalizzata belga”, ci racconta Anne.

Gli artisti di discendenze africane hanno poca visibilità nel mondo dell’arte mainstream, e molte persone sono convinte che sia giusto così, dice ancora Anne: “È difficile, a causa di una narrazione dominante razzista, identificare gli artisti neri come persone dotate di creatività, che possono portare qualcosa di positivo e nuovo nella nostra società e nel mondo dell’arte in particolare”.

Il fine della galleria è quello di dare più visibilità agli artisti neri, stabilire nuove connessioni con le istituzioni mainstream: “La rappresentazione è molto importante: avere nei libri e nei film personaggi con nomi simili ai tuoi, che parlano della tua storia, con cui ti puoi identificare è fondamentale. Lo stesso vale per l’arte: deve essere in grado di ricordarti che sei parte della tua eredità culturale, che è qualcosa di positivo”, prosegue la curatrice.

Da dove arrivano gli artisti che espongono nella galleria di Anne?Ho a che fare con artisti che vengono da tutto il mondo: Afroamericani, Ivoriani, Congolesi naturalizzati belgi o addirittura nati qui. Certamente si possono cercare dei collegamenti e delle identità comuni tra di loro, ma ognuno ha la sua specificità e questo è quello che mi interessa per la mia galleria”. Il tema è sempre la comunità nera.

“Per esempio, uno degli artisti che espongo, ha dipinto un ritratto di famiglia che parla del colonialismo, ma da un punto di vista molto intimo e personale. Un altro artista -che ora sta realizzando una serie di ritratti di Patrick Lumumba- inizialmente ritraeva solo membri della sua famiglia o persone “anonime”: la forza del suo messaggio stava nel fatto che i suoi soggetti erano di colore.”

Dopo anni di narrazione sul mito dell’“innocenza del Belgio”, ora stanno entrando in campo delle contro narrazioni. Cosa significa questo?  “Laura Nsengiyumva, che ho intervistato sul mio blog, è una artista è ricercatrice, si concentra su come il passato coloniale sia legato agli spazi pubblici e privati in Belgio. Una delle sue performance consiste nel creare una piccola replica di una statua di Leopoldo II, e poi sciogliere la statua stessa, fino a farla scomparire. Il processo è molto lento, così come è lento il processo di decolonizzazione. Alla fine, però resta una parte della statua che non si scioglie: Laura la deve spezzare. Da un punto di vista simbolico, questo significa che un atto forte è richiesto, non possiamo affidarci solo al lento decorso del tempo”.

Durante le proteste di BLM, le statue di schiavisti e colonizzatori sono state vandalizzate e, in alcuni casi, distrutte. Che opinione hai a riguardo? “Gli attivisti hanno cercato per vent’anni, e con mezzi meno violenti se vogliamo, di fare quello che dopo la morte di George Floyd è successo in pochi mesi. Nessuno li aveva ascoltati.

Al contrario, le proteste di BLM hanno messo il governo alle strette: hanno capito che dovevano intervenire per cambiare le cose. La società si è chiesta: ‘come è possibile che queste persone, per essere ascoltate da noi, debbano ricorrere a dei mezzi così violenti?’ e hanno capito che è perché, altrimenti, nessuno avrebbe dato loro ascolto”, dice Anne.

 

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“Il governo belga, quindi, ha istituito una commissione parlamentare per discutere il suo passato coloniale, la “Congocommissie”. Il Gruppo comprende, grazie all’insistenza degli attivisti, anche membri della diaspora: io stessa ne sono parte in quanto tale. È un lavoro difficile e faticoso, ma a quel tavolo mi è data l’opportunità di raccontare la mia storia”.