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Bruxelles, 60 anni fa l’ultimo “zoo umano”. Il Belgio prova a fare i conti con i fantasmi del passato

Congolesi esposti come bestie per il sollazzo degli occidentali. Martedì ricorrerà l'anniversario dell'inaugurazione dell'ultimo zoo umano



Martedì saranno  sessant’anni dall’inaugurazione della fiera mondiale organizzata dal Belgio nel 1958. Una scintillante celebrazione di 200 giorni dedicata alle conquiste sociali, culturali e tecnologiche del dopoguerra.

Ancora oggi la ricorrenza di tale evento, racconta il Guardian, ricopre un ruolo importante nella memoria collettiva della nazione. Una serie di iniziative si terranno nell’Atomium, il futuristico monumento storico costruito per l’occasione.

Eppure, mentre la capitale belga si crogiola nella nostalgia, c’è un particolare che sembra sfuggire alla memoria dei più patriottici. Si tratta di uno zoo umano: un’attrazione allestita con uomini, donne e bambini neri presentati come “esemplari di indigeni” pronti ad essere educati e civilizzati per il divertimento degli europei.

Quello belga, poteva persino vantare di essere l’ultimo zoo umano allestito nel mondo.

Il Congo, colonia belga fino al 1960, era motivo di grande orgoglio per la madrepatria. Lo stato africano con le sue risorse minerarie, non rappresentava solo una fonte di enorme ricchezza, ma la sua posizione e la sua dimensione (80 volte più grande del Belgio) permettevano allo Stato europeo di gongolare all’ombra delle grandi potenze come Francia e Gran Bretagna.

L’Expo del ’58 fu un’opportunità per i politici belgi di affermarsi a livello europeo facendo bella mostra del “guinzaglio” con cui tenevano la propria colonia.

Posizionati ai piedi dell’Atomium (replica della Tour Eiffel parigina), al centro dell’esposizione, negli otto ettari di terreno, si ergevano sei padiglioni dedicati alle risorse congolesi: dall’estrazione mineraria, alle arti, dai trasporti all’agricoltura. Si trattava dell’area dedicata al Kongorama.

All’interno del perimetro, nei tre ettari di giardino tropicale, uomini, donne e bambini provenienti dal Congo venivano esposti rinchiusi in recinti in bambù come fossero bestie. Agghindati con abiti tradizionali dei luoghi d’origine, giorno dopo giorno subivano l’onta dello sguardo dei passanti.

Gli zoo umani erano diffusi tra gli occidentali

A dirla tutta, gli zoo umani non erano affatto una novità per il divertimento degli occidentali. A inizio secolo si tenevano regolari esposizioni di esseri umani a Londra, così come a Parigi, Oslo e Amburgo.

Nell’estate del 1897, il Re Leopoldo II fece importare 267 “esemplari” di congolesi a Bruxelles per esporli nel suo palazzo coloniale a Tervuren, nell’est della capitale. Come specie di pesci rari, li esibiva mentre remavano nelle loro canoe tradizionali all’interno dei laghi reali. Dei 4 milioni di cittadini, 1,3 visitarono il sito.

Ad aggiungersi all’umiliazione, quell’estate le temperature furono particolarmente fredde comportando la morte di sette congolensi. Poco male, i loro corpi furono scaricati nella fossa comune del cimitero locale. La popolarità della mostra era tale che successivamente venne stabilita in maniera permanente. Inizialmente chiamata Museo del Congo, oggi è il Museo Reale per il Centrafrica.

Quella del 1958 era una mostra dai contenuti molto simili, seppure in scala ridotta. Venne allestito un villaggio tipico dove i congolesi trascorrevano le loro giornate a realizzare capanni in paglia derisi dagli uomini e le donne bianchi che li osservavano.

“Quando non c’era reazione, gli spettatori lanciavano denaro o banane oltre i recinti di bambù” scriveva una giornalista.

Gli umani in mostra erano circa 598 – 273 uomini, 128 donne e 197 bambini, un totale di 183 famiglie – tutti importati appositamente per essere esposti come protagonisti al centro della fiera.

Le “attrazioni” venivano quindi ospitate negli edifici isolati dell’Expo, scrive ancora il Guardian, dai quali potevano essere fatte entrare e uscire. I congolesi si lamentavano degli alloggi troppo stretti, delle severe limitazioni sulle visite o sulle uscite dall’edificio e ovviamente dell’umiliazione quotidiana dovuta agli abusi dei visitatori in fiera.

Dal luglio, alcuni tra gli artisti e gli artigiani congolesi non potendo più sopportare la situazione fecero ritorno a casa. Lo “zoo umano”, come viene ricordato dai congolesi, chiuse, ma il resto della fiera proseguì.

Il Congo indipendente

Un’esibizione simile non avrebbe mai più dovuto avere luogo e nel giugno del 1960, il Congo vinse la sua indipendenza.  Per Guido Gryseels, direttore generale del Museo Reale del Centrafrica (RMCA), l’esibizione rimasta stabile dal 1897 nonostante i pregiudizi che ancora oggi aleggiano, è al centro della sua vita lavorativa.

Il primo dicembre, dopo una ristrutturazione costata 75 milioni di euro, il Museo Reale avrebbe riaperto dopo cinque anni. C’è un nuovo centro visitatori e un vasto spazio sotterraneo che ha raddoppiato l’area espositiva del museo a 11mila mq. Al di là delle trasformazioni fisiche, c’è un cambiamento molto più profondo che sta per essere intrapreso.

Quando Gryseels rilevò il museo nel 2001, la mostra permanente era ben poco cambiata rispetto al 1920. Pullulava di decorazioni a doppia “L” in celebrazione Leopoldo II e citazioni che inneggiavano al valore morale della colonizzazione:  testimoni di una narrazione che descriveva il Belgio come portatore di luce nell’oscurità.

“Per 100 anni siamo stati un’istituzione coloniale” dice Gryseels. “La maggior parte del popolo belga ha fatto il suo primo incontro con l’Africa nel nostro museo. La credenza che il bianco fosse superiore al nero è maturata in queste sale. Gli africani che ritraevamo qui erano nudi, imbracciavano lance e non avevano una propria cultura. Civilizzarli era lo nostra missione.” racconta il curatore al quotidiano britannico.

Uno dei motivi dell’inerzia legata al museo, secondo il direttore, sta nella deliberata cecità belga di fronte al suo passato. “Questo è un luogo che suscita profonde emozioni  perché ogni famiglia belga ha un membro che lavorò in Congo. Tutti. Chi un missionario, chi un insegnante, chi un amministratore. Si tratta di una questione molto sentita”.

Gryseels racconta che le questioni sul passato coloniale del Belgio non sono state sollevate fino alla pubblicazione nel 1998 del libro di Adam Hochschild, Il Fanstasma di Re Leopoldo. “Passo dopo passo ci si è addentrati nella discussione” dice il direttore “Ma fino a poco tempo fa si potevano ancora leggere nei libri di testo frasi come ‘abbiamo portato la civilizzazione’”.

Ci sono alcune voci della diaspora congolese che chiedono si faccia luce sulla “decolonizzazione”: sulla sua istituzione e sul suo declino. Gryseels ha intenzione nei prossimi mesi di raccontare la storia della presenza belga in Congo.

Il giorno dell’inaugurazione, il Ministro degli Affari Esteri dovrà tenere un discorso sul passato coloniale della nazione alla presenza della famiglia reale. “Abbiamo la responsabilità di aver coltivato la credenza di una superiorità belga sulle popolazioni nere. Questo deve cambiare, ma ci vorrà un po’”.



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