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Bruges, Femke Gyselinck rappresenta il mito di Pigmalione al MAfestival

In vista del MAfestival di Bruges, il più antico festival di musica barocca del Belgio, la coreografa reinterpreta il famoso mito greco.



Il mito dello scultore Pigmalione e della sua statua Galatea ha sedotto gli artisti per secoli. Tuttavia, i contributi a riguardo si sono sempre rivelati abbastanza ripetitivi. È per questo motivo che,  in vista del MAfestival di Bruges, è stato chiesto alla coreografa Femke Gyselinck di reinterpretare il mito in maniera originale.

Nello specifico la Gyselink presenta una doppia performance senza precedenti, utilizzando il classico act de ballet del 1748 di Jean-Philippe Rameau e il remake monodramma del 1779 di Georg Anton Benda.

“Quando si pensa a Pigmalione, si pensa all’artista come a un genio, ma a me non interessa ripetere questo tipo di letture didattiche”, afferma Gyselinck. “Voglio ampliare la storia e le conclusioni che si possono trarre da essa”.

Le differenze tra i Pigmalioni di Rameau e Benda, infatti,  offrono a Gyselinck la possibilità di osservare come i miti storici si evolvono di pari passo con la filosofia contemporanea.

Nella versione di Rameau l’ispirazione è vista come un prodotto dell’intervento divino mentre in quella di Benda, all’altra estremità del secolo, diventa un prodotto della mente di Pigmalione. Mi interessava come questo potesse essere giocato nei movimenti dei ballerini”.

È per questo motivo che nella sua versione non ci sono Pigmalione o Galatea, ma una massa di membra e figure che agiscono e cadono in fila. Inoltre, la coreografa da più spazio alle Tre Grazie, che ritiene non essere abbastanza riconosciute a livello storico.

“Nella storia dell’arte le muse sono spesso sessualizzate e si trasformano in donne ninfe. Io voglio rappresentarle in modo più fluido”, afferma la Gyselinck.

Infine, all’interno della visione di Gyselinck, il linguaggio agisce come un importante pilastro. In particolare, l’interpretazione della coreografa di Pigmalione si basa sul rapporto conflittuale tra la danza e la sua mancanza di leggibilità.

“C’è qualcosa di inafferrabile nella danza, ma io cerco di contrastarlo con gesti molto concreti. Voglio evocare un certo modo di leggere lo spettacolo e creare pezzi leggibili come testi.”



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