The Netherlands, an outsider's view.

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BREXIT

Brexit, cosa dicono i Brits d’Olanda?



di Patrizia Cuonzo e Serena Gandolfi

 

 

 Il 29 marzo 2019, il Brexit-day, il giorno in cui ufficialmente il Regno Unito avrebbe dovuto lasciare l’Unione Europea è ora alle spalle. Senza che il Regno Unito abbia lasciato l’UE. Mentre si consuma uno psico-dramma continentale, soprattutto tra gli europei residenti Oltremanica e i Brits che vivono in Europa – un numero stimato  in 5 milioni di cittadini- in Olanda i 46 mila europei con passaporto britannico non vivono un periodo felice.

Nel Regno Unito,  per molti, gli olandesi hanno preparato la Brexit meglio degli inglesi stessi:“Quando il risultato della Brexit fu chiaro l’allora sindaco di Amsterdam, Eberhard Edzard van der Laan, ci invitó – noi Inglesi residenti ad Amsterdam – al Municipio per dirci quanto fossimo i benvenuti e che non saremmo stati cacciati”, dice Steve Cairns, 51enne di origine Scozzese, in Olanda da 11anni. Steve è sposato con una connazionale e padre di due bambini: secondo lui, l’IND (Servizio per l’Immigrazione e la Naturalizzazione Olandese) ha funzionato egregiamente, a differenza dell’omologo in UK.

Ma la situazione non è rosea per tutti: “Credo ci siano più incertezze nel caso di No-Deal per coloro che sono in Olanda da meno tempo” continua Steve. Non tutti sono così ottimisti. Non lo è Irene Lomer, 30 anni, cresciuta nel Leicestershire e in Olanda dal 2010. “Mi sento a casa ma allo stesso tempo vorrei avere la libertà di tornare nel Regno Unito quando voglio”. 

E nonostante l’efficienza olandese abbia ridotto l’impatto, almeno quello psicologico, di un divorzio senza accordo tra UE e Regno Unito, anche chi è abituato a viaggiare non nasconde la preoccupazione:“I miei genitori si sono trasferiti in Francia quando avevo 11 anni, cosi i miei anni formativi sono stati vissuti in tre paesi Regno Unito, Francia e Paesi Bassi,” dice Alex Dawe, 42 anni sposata con un Olandese e madre di due bambini. Per lei, tuttavia, con 15 anni di residenza l’opzione naturale è quella della cittadinanza: “Ho tutti i requisiti per avviare il processo e anche se non mi è necessario per restare qui lo intraprenderò perché voglio acquisire il diritto di voto alle elezioni politiche. Ho perso il diritto di voto nel Regno Unito,” conclude.

Questa scelta, al contrario, non è altrettanto naturale per Steve: “Sto considerando seriamente la possibilità di prendere il passaporto olandese nel caso di un No-Deal,” dice Steve. “Ma credo  sia più una reazione emotiva che qualcosa che mi sento forzato a fare.” Stretti tra sentimento e ragione i brits d’Olanda devono prendere una decisione “Se voglio continuare a muovermi e ad avere tutte le opzioni aperte sarà necessario chiedere il passaporto olandese”, dice Irene “ma non salto di gioia all’idea di abbandonare la nazionalità Britannica. Non ho la possibilità di optare e quindi dovrei rinunciarvi.”

Per Francesca Warley, 25 anni, studentessa a Leiden da 2 anni, la questione ha meno rilevanza. “Io e molti dei miei coetanei crediamo che quello del governo Inglese sia un grande spreco di tempo. Anche se la questione è importante, è ovvio che un’enorme fetta della popolazione voglia rimanere nell’Unione“. Da tempo in giro, non si preoccupa più di tanto per le incertezze che potrebbero, in futuro, derivarle dal suo passaporto: “Andrò in Italia per un paio di mesi la prossima estate, e poi vorrei trasferirmi in un nuovo paese ancora. Più che un paese in sé, seguo le opportunità che trovo. E’ per questo che, in caso di Brexit, non ho ancora pensato a un piano nell’immediato”.

Dietro non c’è solo praticità ma anche un quesito più filosofico: la nazionalità contribuisce a plasmare, in un modo o nell’altro, l’identità di una persona. E dover decidere su una porzione, anche se largamente burocratica, della propria personalità, per molti è una decisione non facile.

Intanto il parlamento britannico ha approvato la richiesta di un rinvio dell’uscita dall’UE al 2020. 

 






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