The Netherlands, an outsider's view.

The Netherlands, an outsider's view.

di Massimiliano Sfregola

 

 

Bravo Rutte: contro tutti i pronostici il terzo esecutivo che porta il suo nome ha visto la luce. Sul piano strettamente tattico il Rutte III è un capolavoro: su questo, va detto, il premier non ha rivali perchè riuscire a far firmare un accordo di coalizione a due partiti liberali e a due partiti cristiani significa far coabitare (più o meno) felici e contenti il diavolo e l’acqua santa.

Non che mettere insieme, ma soprattutto tenere insieme, il governo con i socialdemocratici del Pvda che Rutte ha guidato fino a stamattina sia stata una passeggiata ma in quattro, VVD, CDA, D66 e Christen Unie, soldi e Bibbia, hanno oggi meno seggi di quanti non ne avessero agguantati liberali e laburisti nel 2012: cosi l’unica maggioranza possibile uscita dalle elezioni del 15 marzo sarà retta da un solo deputato. 

La circostanza non dovrebbe rappresentare un problema insormontabile per il premier, abituato alle missioni impossibili. Al senato, per esempio, il Rutte II perse nel 2014 la maggioranza. Un dramma? Assolutamente no. Fino al 2017 il suo governo è rimasto in piedi grazie ad accordi “quotidiani” con questo o quel partito. A chiunque sarebbe venuto un esaurimento nervoso, non al premier: evidentemente la gavetta da dirigente all’Unilever si è rivelata per lui una palestra migliore di qualunque scuola politica.

Di facciata, quindi,  tutto è bene quel che finisce bene, nella realtà dei fatti il governo che ha giurato stamattina è si un capolavoro tattico ma certamente un manifesto della mediocrità. Con il Rutte III il governo mette le lancette del paese indietro di 50 anni: addio società multietnica, diritti e solidarietà internazionale, bentornate VOC mentaliteit (una definizione coniata dall’ex premier Balkenende e riferita ai “fasti” olandesi del periodo coloniale) ed egemonia culturale, condivisa tra la classe media bianca e cristiana della provincia e quella imprenditoriale della città. Non che minoranze, progressismo ed europa vengano cancellate: semplicemente non esistono nell’Olanda dei mediocri di Rutte e co.

Se la sinistra piange, allora, la destra riderà? Neanche questo: il programma del nuovo governo è un prodotto di quella “bestuur mentaliteit”, mentalità amministrativa, considerata da molti la pietra tombale olandese sulla politica. Decidere fa perdere consensi e i partiti governativi, il “cartello” come li chiama Thierry Baudet, piuttosto che prendere decisioni impopolari hanno preferito optare per l’immobilismo e per l’ordinaria amministrazione. A parte una redistribuzione spinta verso l’alto e molta generosità con multinazionali e ceti benestanti, per il Rutte III non si può parlare di un programma di destra né di sinistra perchè a monte è difficile proprio parlare di programma.

Che si sia arrivati fin qui per necessità o per convinzione non è poi cosi importante: unico elemento certo è che Mark Rutte avrebbe fatto un patto anche con il diavolo pur di far nascere questo governo perché le partite che si giocano nei prossimi mesi ed anni sullo scacchiere internazionale sono cruciali: prime tra tutte il seggio in consiglio di sicurezza ONU diviso con l’Italia, la gestione della Brexit e il nuovo equilibrio politico europeo. Mark Rutte vorrebbe guardare oltre l’Olanda, i suoi due compagni di viaggio, il liberale Pechtold e il cristianocdemocratico Buma, non disdegnerebbero il suo posto da premier (ecco perché non hanno accettato incarichi ministeriali) e tutti, dopotutto, sperano che il governo-amministrativo appena insediato duri il più a lungo possibile.

In questo quadro, precari, minoranze, stranieri, fasce deboli sono spariti dall’agenda dell’esecutivo. Anche le donne sono “minoranze”: ad eccezione di Kajsa Ollongren, il Rutte III si è concesso una “spolverata rosa” (pink washing) affidando all’altra metà del mondo nell’esecutivo gli incarichi di vicepremier (che non conta nulla), di ministro per la Cooperazione allo sviluppo (che dipende però dagli esteri, in mano ad Halbe Zijlstra) e qualche ruolo da sottosegretario, altre figurine anonime all’interno della compagine. Le donne, insomma, sono poco più di 1/3 nell’esecutivo e il loro peso è ben scarso.

Si torna al passato, quindi, con timone saldamente in mano ad un gruppetto di 50enni bianchi e del loro entourage, un’insipida centrifuga di burocrati pescati dalla provincia, funzionari strappati alla nomenclatura dei partiti e fedelissimi in attesa della (meritata, per carità) promozione. Con l’eccezione di Sigrid Haag, una Laura Bordini olandese, con un curriculum all’ONU da fare invidia, il resto della compagine è un’istantanea del partito trasversale dei mediocri.

Il Rutte III riuscirà a concludere il mandato? In pochi ci credono. Secondo un recente sondaggio la popolarità dell’esecutivo è molto bassa e solo il 23% degli intervistati è convinto che il governo porterà a termine il suo incarico.