The Netherlands, an outsider's view.

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SREBRENICA

“In Bosnia c’è scarsa lungimiranza”: l’imprenditore olandese e il musico terapeuta belga raccontano Srebrenica oggi

A 22 anni dal massacro dell'11 luglio 1995, la normalizzazione è ancora un obiettivo lontano



di Martina V.

Difficile dire se sia una questione di coscienza oppure di opportunità ma l’Olanda, è ad oggi il paese che ha speso di più per la ricostruzione di Srebrenica; ammontano, infatti, a più di 120 milioni di euro i fondi stanziati dal governo olandese negli ultimi 20 anni, una cifra enorme se si pensa che il bilancio annuale della cittadina di circa 10.000 abitanti non supera i 3,5 milioni all’anno. Fondi spesi soprattutto per l’identificazione dei resti delle vittime del massacro, per il supporto agli sfollati, per la realizzazione del memoriale delle vittime a Potocari, sede del comando dei caschi blu nel 1996, e per la ricostruzione delle infrastrutture. Un contributo enorme, se si pensa che gli altri grossi finanziatori sono l’Italia e gli Stati Uniti, con circa dieci milioni di euro a testa.

Come spesso accade quando si parla di fondi pubblici, il rischio che vengano dispersi nelle tasche dei politici e del loro network è però alto. “Da imprenditore posso dire di aver usufruito di un piccolo finanziamento, 2,000 euro a dipendente, per l’avviamento della mia attività, ossia una minima parte dell’investimento iniziale ” racconta Marius de Wilt, un olandese che nel 2014 rilevò la EKO-M, una fabbrica di pellets a Srebrenica, che ad oggi da’ lavoro a 30 dipendenti, di diverse gruppi etnici. In un paese che dopo gli accordi di Dayton del 1996 è diviso come non era mai stato prima, quello di Marius sembra un esperimento multietnico piuttosto riuscito. “Nessun obbligo di assumere persone di gruppi etnici o religiosi diversi, ma una scelta imprenditoriale basata sulle competenze di ognuno” prosegue l’imprenditore Anche se non posso negare di essere stato contattato da diversi partiti politici che spingevano i propri candidati e di aver dovuto superare moltissimi ostacoli amministrativi e burocratici”. Ma lo spreco di fondi pubblici è quindi una leggenda metropolitana? “Quello che vedo è un paese di 10,000 abitanti che dopo 20 anni è ancora quasi tutto da ricostruire; vedo una grande lentezza nei lavori nonostante l’abbondanza di fondi”. Quel denaro, d’altronde, un giorno non troppo lontano si esaurirà e l’amministrazione locale, per allora, dovrà avere già una sua sostenibilità. Il comune di Srebrenica dal canto suo fa sapere di impegnarsi molto per attrarre capitali e investitori. “Personalmente mi sono dato da fare per  portare imprenditori olandesi e stranieri in loco” continua Marius “ma non ho ricevuto nessuna risposta dal Comune di Srebrenica. Siamo vicini alle elezioni per il rinnovo del parlamento locale e l’interesse della politica è incentrato su quello”. Due decenni non sono bastati insomma per rimarginare una ferita così grande e ricostruire un tessuto sociale ed economico dilaniato dall’ultimo conflitto Europeo del XX secolo. “Non vorrei essere pessimista, ma ci vorranno almeno altri vent’anni per rimettere in piedi il paese, tanto moralmente quanto economicamente. Purtroppo le nuove generazioni sono disilluse e le persone migliori, quelle con competenze e una laurea in tasca, se ne vanno. E la politica cosa fa? Invece di spianar loro la strada, usando anche i finanziamenti olandesi e internazionali, si concentra su obiettivi a breve termine come le elezioni locali”.

Gli anni hanno riavvicinato le persone, tuttavia per un olandese, vivere a Srebrenica continua a non essere facile. Anche per chi, in realtà, è originario del Belgio e non dei Paesi Bassi: “Per anni la gente del posto ha creduto fossi olandese, e questo mi ha creato non poche difficoltà.” racconta Thomas Deleu, un musico terapista belga che ha lavorato per anni a Srebrenica.”C’è molta rabbia contro l’Olanda e gli olandesi, non tanto a livello personale quanto a livello politico. Srebrenica è il punto più sensibile della nuova Bosnia, e i suoi abitanti sono bersaglio di propaganda politica di entrambe le fazioni, tanto quella serba, quanto quella musulmana”. Thomas arrivò in Bosnia nel 2006, per lavorare come volontario in un campo estivo di musica, teatro, arte e danza per bambini sfollati durante la guerra. “Bambini sia musulmani che serbi” ricorda “all’inizio è stato difficile, c’erano di continuo lotte e litigi. Col tempo, però, le cose sono migliorate, l’importante è non costringere le persone a stare insieme e andare d’accordo, ma aspettare  che il tempo e le terapie facciano il loro corso”. Thomas ha fondato la ONG  Crea Thera nel 2006, finanziata dal Ministero degli esteri belga, e si è quindi stabilito a Srebrenica. Dal 2009 al 2015, ha organizzato workshop e sedute di musico- e arte-terapia non solo per bambini, ma anche per adulti, persone con disturbi mentali, disabili e tossicodipendenti nella zona di Srebrenica, spingendosi fino agli ospedali psichiatrici di Sarajevo. Dopo 8 anni di lavoro sul campo, nel 2015, decide di rientrare in Belgio con la moglie bosniaca e il figlio di 4 anni. “La ONG non ha chiuso, stiamo provando a trasferirne la gestione a persone del posto. Dal punto di vista dei contenuti e degli insegnanti non è un problema, abbiamo già due persone che lavorano a tempo pieno per la fondazione. Per quanto riguarda invece i fondi per proseguire le attività, che si esauriranno nel 2019, la sostenibilità è ancora lontana”.

Il tema dei fondi pubblici che stanno diminuendo e si esauriranno tra pochi anni sembra costituire più una preoccupazione per gli stranieri che lavorano a Srebrenica che per la politica e la comunità locale, che hanno obiettivi meno lungimiranti. Vincere le prossime elezioni locali, ad esempio.






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