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Maternità surrogata, di cosa abbiamo veramente paura?

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di Francesca Polo

1916: un bambinetto succhia avido dal seno di una puerpera, mentre un altro dorme in una culla. In una stanza vicina un’altra donna – forse di famiglia benestante, o forse provata da una malattia che le rende impossibile allattare – riposa. Il nostro dizionario definisce la prima puerpera una ‘balia’, usando un termine latino (baiŭlare) che vuol dire ‘portare’. Non posso non fare il parallelo con il termine olandese ‘draagmoeder’ (dragen: portare) che da anni compare sui giornali e con cui ci si riferisce a colei che ‘porta’ in grembo un bimbo altrui. Strano, penso, nella mia lingua questo termine esisteva già, ma non lo abbiamo considerato. Abbiamo invece preso in prestito espressioni come ‘madre surrogata’ e abbracciato infine quella di cui sembriamo andare più fieri di tutte: ’utero in affitto’.
Perché questa distanza? Perché l’idea di introdurre questa forma di gravidanza come reato universale? Contro chi, o contro cosa? C’è un’esigenza di porsi moralmente al di sopra, di porsi a debita distanza emotiva, di evitare di avvicinarsi, e capire? E se le balie di oggi venissero raffigurate, come un tempo, nel loro aspetto più umano, quello di cura e nutrimento, riusciremmo ancora a non provare nessuna empatia verso la condizione più umana e antica del mondo, la maternità?
Forse siamo solo un po’ spaventati e assumere la posizione di giudici ci aiuta a metterci al riparo dalle nostre paure. Ma è questo il nostro compito, ed è giusto farlo? Tolte le situazioni di sfruttamento e di violazione dei diritti umani, siamo sicuri che chi abbraccia la gravidanza surrogata, madre biologica o genitore ricevente che sia, lo faccia con meno spirito materno o paterno di un qualsiasi altro genitore? E con meno amore incondizionato verso il bambino che verrà al mondo? La domanda, forse, è cosa rende una madre, madre. E un padre, padre.
Forse siamo solo un po’ spaventati.