Daniel Schwen, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Con il cambio d’amministrazione alla Casa Bianca, c’è nuova speranza nella comunità giuridica internazionale: via l’ostilità e gli attachi quotidiano da parte di Trump; arriva Biden, e con lui l’affermazione che l’America è “tornata”.

Tuttavia, sarebbe un grave errore pensare che con la nuova amministrazione arrivi un nuovo approccio alla giustizia internazionale, soprattutto alla Corte penale internazionale (ICC), scrive in un pezzo d’opinione su Al Jazeera, l’accademico Mark Kersten, docente presso la Munk School of Global Affairs di Toronto.

Mentre l’amministrazione Biden utilizzerà sicuramente toni più caldi ed accoglienti, il succo della politica nei confronti dell’ICC rimarrà in linea con quella degli ultimi quattro presidenti.

Un rapporto tumultuoso

Fin dal concepimento della Corte, il rapporto tra ICC e gli Stati Uniti è stato teso: il presidente Clinton è stato fondamentale nelle negoziazioni dello Statuto di Roma, firmato nel 1998, che ha istituito la Corte e stabilito le sue competenze. Eppure, già tra i consiglieri dell’amministrazione Clinton c’erano molti dubbi, scrive Kersten.

L’ICC, a differenza di altri tribunali ONU, non si sottometteva al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, rendendola potenzialmente un rischio per gli USA. Per questa ragione, Clinton non inviò mai al Senato lo Statuto dell’ICC per la ratifica.

Con l’amministrazione Bush, la situazione è peggiorata. Il presidente repubblicano ha ritirato la firma degli USA dal trattato, definendo la Corte come un’arma politica che poteva essere utilizzata contro il suo Paese. Nel 2002, ha firmato l'”American Service Members’ Protection Act”, soprannominata “Legge sull’invasione dell’Aia” poiché permetteva al governo di Washington di usare perfino la forza militare per liberare un cittadino americano detentuto dalla Corte.

Secondo Kersten, la seconda amministrazione Bush ha cambiato registro sul tema: diverso approccio, più soft e conciliante: “Bush ha capito che la Corte poteva servire gli interessi americani.” 

Anche l’amministrazione Obama ha intrapreso questa politica di cooperazione strategica, seppure la retorica da Washington è migliorata notevolemente durante gli anni Obama. Anzi, la cooperazione istituzionale tra USA e ICC è arrivata al massimo, nonostante il sostegno fosse “selettivo”: “L’impegno parziale dell’amministrazione Obama ha fatto preoccupare quelli che credevano che promuovesse una giustizia selettiva,” dice Kersten. In effetti, in questi anni nessuna indagine è stata aperta sui presunti crimini guerra commessi da cittadini americani nella guerra in Afghanistan.

Con l’arrivo di Trump, i rapporti tra la Corte di Den Haag e gli USA si sono deteriorati in fretta: l’amministrazione USA sosteneva apertamente la dissoluzione del Tribunale penale permanente e aveva dichiarato giudici e pubblico ministero ospiti non graditi negli Stati Uniti, imponendo sanzioni alla procuratrice Fatou Bensouda. L’ostilità di Trump nei confronti dell’ICC era dovuta principalmente dall’imminente apertura di una indagine sui crimini di guerra in Afghanistan e dei crimini israeliani in Palestina.

Un nuovo capitolo per i rapporti USA-ICC?

Visto il rapporto disastroso con Trump, con il neo-arrivato Biden, le cose possono solo migliorare, dice Kersten.

Quindi, quando il presidente Biden parla di ritorno degli USA alla cooperazione internazionale, serve interrogarsi su che cosa comporti effettivamente questa cooperazione: per il ricercatore di Toronto, la strada verso una vera cooperazione è ancora lunga. “Come tutte le amministrazioni precedenti, nemmeno questa presterà suo sostegno a eventuali procedimenti ICC contro cittadini statunitensi,” prosegue Kersten. Inoltre, questo vale anche per il caso Israele-Palestina.

In aggiunta, in una mossa molto controversa, l’amministrazione Biden ha deciso di non rescindere le sanzioni imposte da Trump sui funzionari della Corte. La decisione è stata un messaggio ben chiaro, dice Kersten: “Trump non c’è più, ma Washington può comunque continuare ad usare misure coercitive per dirigere la Corte se osa procedere con le indagini e i processi che non assecondano gli interessi USA”.

In poche parole, la politica di Biden è un ritorno all’accoppiata di parole soavi ed azioni minacciosi. Lo dice bene Kersten: “L’ipocrisia che ha dominato gli anni di Obama sembra essere tornata in campo”.