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Il 29 febbraio 1984, un mercoledì di 37 anni fa, alla Casa di Anne Frank, Ruud Gullit, allora giocatore del Feyenoord, inaugurava la mostra Zwart-Wit ’84 (Bianco-Nero ’84) davanti agli studenti delle scuole superiori. No, non si trattava di un’esposizione sulla Juventus ma un’esposizione sul razzismo.

La mostra dell’84 era costituita da venti pannelli, pieni di foto e articoli di giornale su violenze e intimidazioni contro gli “stranieri”, slogan razzisti comparsi sui muri e neonazisti con il braccio destro teso. Lo scopo era evidentemente didattico: “incoraggiare i giovani a pensare al proprio comportamento e ad agire contro il razzismo nel proprio ambiente”, come scrive Bas Kromhout su Historisch Nieuwsblad.

L’impegno dell’Anne Frankhuis

Negli anni ’80 la Anne Frankhuis era in prima linea sulle questioni razziali, proprio mentre in Olanda stavano emergendo mentre nuovi gruppi di estrema destra. Sottolineando il parallelismo con gli anni ’30, la Casa di Anne Frank stabilì che la lotta contro “il fascismo e il nascente razzismo” fosse una propria priorità.

Nel 1979, per sensibilizzare i più giovani, la casa museo aveva già organizzato un giornale per le scuole, l’Anne Frank Krant. Ben presto quello che era nato come un esperimento divenne una pubblicazione annuale in cui la storia di Anne Frank e dell’Olocausto veniva usata come uno strumento per rendere gli studenti più consapevoli.

Del resto la Casa di Anne Frank non è mai stata solo un museo sulla giovane ebrea che si era nascosta dai nazisti nell’alloggio segreto con i suoi genitori, la sorella e alcuni conoscenti dal luglio 1942 fino all’arresto nell’agosto 1944. Il padre di Anne, Otto, l’unico a sopravvivere all’Olocausto, voleva che il suo ex nascondiglio diventasse un centro dal quale si potesse dare un contributo costruttivo per la società. Nel 1960, un anno dopo l’apertura del museo, il desiderio di Frank si avverò e venne inaugurato un Centro Internazionale della Gioventù accanto alla casa. Qui si sarebbero tenute conferenze estive, dove i giovani di tutta Europa avrebbero potuto discutere di temi come i diritti umani, la religione e l’emancipazione.

La questione razziale nell’Olanda degli anni ’80

Negli anni Ottanta quello spirito, almeno in parte, si stava però smarrendo: ci pensarono le guide, spesso ancora dei giovani studenti, che iniziarono a parlare di questione razziale soprattutto ai visitatori provenienti dagli Stati Uniti e Sudafrica.

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Certo criticare paesi lontani era facile, ma che dire dei Paesi Bassi? Anche qui, come altrove nell’Europa occidentale, emergevano i partiti di estrema destra. Nel 1971 fu fondata la Nederlandse Volksunie (NVU) e nel 1980 il Centrumpartij (CP). Entrambe le formazioni trovarono un piccolo seguito nei quartieri svantaggiati dove vivevano molti immigrati e tra gli hooligans delle squadre di calcio. Nel 1982 il leader del CP Hans Janmaat ottenne anche un seggio in parlamento.

Il monito lanciato dalla mostra inaugurata da Gullit rimase inascoltato ma fu un triste presagio. Nell’agosto 1983 Nico Bodemeijer, uno skinhead di sedici anni, accoltellò e uccise un quindicenne originario delle Antille, Kerwin Duinmeijer, mentre era in giro a festeggiare un compleanno sulla Damrak la notte tra il 20 e il 21 agosto.

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Anche se l’aggravante dell’aggressione a sfondo razziale è stata poi messa in questione, l’omicidio del giovane Duinmeijer ha segnato un punto di svolta: il moto d’indignazione che travolse l’Olanda sollevò una questione ancora sottovalutata. Nell’ottobre 1983 venne fondata Radar, la prima agenzia ufficiale antirazzista dei Paesi BassiJoke Kniesmeyer, membro della fondazione Anne Frank, intensificò la propria opera di sensibilizzazione: trascinò la direzione del Centrumpartij  in tribunale per commenti razzisti e chiese più volte lo scioglimento del partito nazionalista. “Chiunque può combattere il razzismo”, disse Kniesmeyer in un’intervista nel 1986, invitando i cittadini alla delazione reciproca se necessaria.

La critica all’antirazzismo soft delle Anne Frankhuis

Tuttavia Kniesmeyer mantenne sempre le distanze dagli antifascisti che non erano contrari all’uso di mezzi antidemocratici. Quando il 20 aprile 1986, 4000 Amsterdammers bloccarono il municipio per impedire il giuramento di un nuovo membro del consiglio del Centrumpartij, Kniesmeyer prese le distanze. Un mese prima, attivisti di estrema sinistra avevano dato fuoco a un caffè nel villaggio di Kedichem, dove la direzione del Partito Comunista dei Paesi Bassi  si stava riunendo in quel momento. Kniesmeyer condannò duramente anche questo episodio: la violenza non era un buon modo per combattere l’estrema destra.

La sua posizione irritò gli antirazzisti più radicali. Quattro di loro si lamentarono sulle pagine del giornale Het Parool che titolò: “[La] Casa di Anne Frank [è] controllata dal PvdA (il socialdemocratico Partito dei lavoratori, ndr) Pensano di avere il primato dell’antirazzismo.

Le reazioni alla mostra e le accuse all’oracolo di Prinsengracht

La questione non finì lì: circa la metà dei visitatori del museo si sentirono turbati dall’accostamento tra gli anni ’30 e ’80 e pensavano che il ricordo di Anne Frank venisse maltrattatato in questo modo.

Nonostante non si fosse mai schierata politicamente, la Casa di Anne Frank ha sempre avuto una “fama sinistra”: nel 1984, in un’intervista al settimanale olandese Vrij Nederland, Ad Ploeg, l’allora segretario di Stato per l’agricoltura (VVD), definì addirittura la Casa di Anne Frank una “organizzazione cripto-comunista”. Il primo ministro Ruud Lubbers fu costretto a prendere le distanze dalle parole del suo segretario di Stato a nome di tutto il gabinetto. Ma le critiche arrivarono anche da sinistra: il sociologo Lodewijk Brunt scrisse un’aspra recensione della mostra Zwart-Wit ’84 sulle pagine del Vrij Nederland. Non era assolutamente convinto che si potesse osservare un aumento allarmante del razzismo nei Paesi Bassi.

Casa di anne frank
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Da indiscussa autorità morale al basso profilo degli anni ’90

L’Anne Frankhuis iniziò da alcuni ad essere chiamata con disprezzo “l’oracolo di Prinsengracht” che vedeva “i fantasmi del fascismo esistente o del neofascismo svolazzare ovunque”. Da quel momento, soprattutto per le difficoltà economiche in cui la fondazione versava e per non turbare i donatori, la dirigenza della Casa di Anne Frank scelse un basso profilo: al centro del dibattito tornò la storia dell’alloggio segreto e della persecuzione degli ebrei e Joke Kniesmeyer fu estromesso dal consiglio direttivo.

Per tutti gli anni ’90 la connessione tra antisemitismo e razzismo ha perso sempre più sostenitori e la casa museo ha deciso di non intervenire più nel dibattito pubblico, anche a causa di una posizione mai del tutto chiarita sulla questione israelo-palestinese. Ma questa è un altra pagina della recente storia olandese.