CoverPic | Author: Michael Büker | Source: Wikimedia | License: CC 3.0

Aveva quindici anni quando è iniziata la guerra, diciotto quando c’è stato il massacro di Srebrenica. È bosniaca, nata a Banja Luka. Fuggita con la sua famiglia prima della guerra, prima in Turchia, poi in Germania e infine negli Stati Uniti.

Negli anni successivi, l’artista Aida Sehovic ha provato “una sorta di rabbia impotente” al pensiero di non poter fare nulla da sola, ma ora che sta allestendo la sua installazione per la quindicesima volta,  la speranza non si è ancora affievolita. “Ogni volta che si svolge questa “performance nomade” sono profondamente triste e contenta allo stesso tempo. Triste per l’imperscrutabile perdita. Contenta perché vedo come persone diverse partecipano, da qualsiasi parte, rendendo il crimine davvero un crimine contro l’umanità, non solo da parte dell’esercito serbo-bosniaco contro uomini e ragazzi musulmani”, racconta a Pieter van Os su NRC.

Il monumento nomade si chiama Što te nema? (Perché non ci sei?). Ogni anno, l’11 luglio, Sehovic prepara migliaia di tipiche tazzine di caffè bosniache e le colloca in un luogo pubblico, preferibilmente in una piazza. Insieme ai volontari invita i passanti a riempire le tazze di caffè, versate dalle tradizionali brocche bosniache, le cosiddette dzezvas.

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L’ha fatto per la prima volta nel 2006, nel centro storico di Sarajevo. Poi a New York (all’ONU), Stoccolma, L’Aia, Istanbul, Toronto e questo mese di nuovo in Bosnia. A Potocari, appena fuori Srebrenica.

L’idea dell’opera d’arte è nata nelle conversazioni con decine di donne le cui mogli o i cui figli sono stati uccisi. Hanno detto a Sehovic ciò che gli manca di più: bere il caffè con la persona amata, un figlio o un marito. È un rituale in Bosnia: incontrarsi due volte al giorno per un caffè.

Le prime tazze sono state donate a Sehovic dalle donne con cui ha parlato della loro perdita. In seguito le tazzine sono arrivate da tutta la Bosnia e poi dalla diaspora: dall’inizio della guerra quasi un milione di persone sono fuggite dalla Bosnia ed Erzegovina. Nei giorni scorsi Sehovic e il suo esercito di volontari hanno raccolto gli ultimi recipienti.

L’11 luglio hanno preparato tante tazzine quante sono state le vittime uccise nell’estate del 1995: almeno 8.372.

L’anno scorso alla Biennale di Venezia – su invito dell’Istituto Auschwitz per la prevenzione dei genocidi – l’obiettivo non era così lontano. Mancavano ancora alcune centinaia di tazze. Nei giorni precedenti l’11 luglio, i visitatori hanno potuto vedere le foto delle installazioni degli anni precedenti e i resti dei contenitori di plastica grigia che gli specialisti forensi usano per conservare i resti umani delle vittime non ancora identificate.

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Kerry Wigham, dell’Istituto Auschwitz, è particolarmente colpito dal monumento di Sehovic, perché “non solo racconta il genocidio, ma spinge anche a pensare alla prevenzione dei massacri come quelli di Srebrenica”.

Per sottolineare la sua validità universale, Sehovic ha stabilito che il monumento deve fare a meno dei simboli nazionali. Non si tratta di suscitare empatia dei parenti più prossimi: quando versano il caffè nelle tazzine, tutti i partecipanti si ritrovano a riflettere verso un’immedesimazione quanto più “umana”.