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Bere un caffè con chi è stato trucidato a Srebrenica. Le installazioni nomadi di Aida Sehovic

CoverPic | Author: Michael Büker | Source: Wikimedia | License: CC 3.0

Aveva quindici anni quando è iniziata la guerra, diciotto quando c’è stato il massacro di Srebrenica. È bosniaca, nata a Banja Luka. Fuggita con la sua famiglia prima della guerra, prima in Turchia, poi in Germania e infine negli Stati Uniti.

Negli anni successivi, l’artista Aida Sehovic ha provato “una sorta di rabbia impotente” al pensiero di non poter fare nulla da sola, ma ora che sta allestendo la sua installazione per la quindicesima volta,  la speranza non si è ancora affievolita. “Ogni volta che si svolge questa “performance nomade” sono profondamente triste e contenta allo stesso tempo. Triste per l’imperscrutabile perdita. Contenta perché vedo come persone diverse partecipano, da qualsiasi parte, rendendo il crimine davvero un crimine contro l’umanità, non solo da parte dell’esercito serbo-bosniaco contro uomini e ragazzi musulmani”, racconta a Pieter van Os su NRC.

Il monumento nomade si chiama Što te nema? (Perché non ci sei?). Ogni anno, l’11 luglio, Sehovic prepara migliaia di tipiche tazzine di caffè bosniache e le colloca in un luogo pubblico, preferibilmente in una piazza. Insieme ai volontari invita i passanti a riempire le tazze di caffè, versate dalle tradizionali brocche bosniache, le cosiddette dzezvas.

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Repost from @sto_te_nema_ Amina Sinanović and her family came to the ŠTO TE NEMA iteration in Venice last year. They donated fildžani that belonged to Amina’s late father-in-law. For Amina, fildžani are symbols of spending time together with family and they evoke beautiful memories of her childhood. Both of her daughters wrote about their experiences taking part in ŠTO TE NEMA in Venice last year. "My name is Sara and I am 9 years old. I am from Venice, but of Bosnian descent. Last year, I took part in building the ŠTO TE NEMA monument which helps us remember the victims of the Srebrenica genocide on July 11th. The moment we filled all the cups with coffee, the number of cups seemed endless. It was only then that I understood how people were killed during this genocide. I hope that what happened in Srebrenica will never happen to anyone again." "My name is Nerina and I am 14 years old. I was born in Venice, but my parents are Bosnian. Last year I had the honor of being a part of ŠTO TE NEMA in Venice. I realized that many people from all over the world, not just from Venice, did not know about the genocide in Srebrenica. On that day, we had many volunteers who were explaining to people what had happened in Srebrenica in 1995 in order to raise awareness. I honestly didn’t expect so much ignorance about the history and events of the 1990s and that was disappointing. This didn’t happen that long ago. It’s been a little over 20 years. It is difficult to describe the pain, sorrow, and agony from Srebrenica, it is actually impossible. But you could feel some of these emotions looking at all the fildžani that were on the ground. You did not need words." @sto_te_nema_ @aida_sehovic @pcrcbih #StoTeNema #StoTeNema2020 #FildzanStories #fildžani #SrebrenicaGenocide #Srebrenica25 #PCRCBiH

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L’ha fatto per la prima volta nel 2006, nel centro storico di Sarajevo. Poi a New York (all’ONU), Stoccolma, L’Aia, Istanbul, Toronto e questo mese di nuovo in Bosnia. A Potocari, appena fuori Srebrenica.

L’idea dell’opera d’arte è nata nelle conversazioni con decine di donne le cui mogli o i cui figli sono stati uccisi. Hanno detto a Sehovic ciò che gli manca di più: bere il caffè con la persona amata, un figlio o un marito. È un rituale in Bosnia: incontrarsi due volte al giorno per un caffè.

Le prime tazze sono state donate a Sehovic dalle donne con cui ha parlato della loro perdita. In seguito le tazzine sono arrivate da tutta la Bosnia e poi dalla diaspora: dall’inizio della guerra quasi un milione di persone sono fuggite dalla Bosnia ed Erzegovina. Nei giorni scorsi Sehovic e il suo esercito di volontari hanno raccolto gli ultimi recipienti.

L’11 luglio hanno preparato tante tazzine quante sono state le vittime uccise nell’estate del 1995: almeno 8.372.

L’anno scorso alla Biennale di Venezia – su invito dell’Istituto Auschwitz per la prevenzione dei genocidi – l’obiettivo non era così lontano. Mancavano ancora alcune centinaia di tazze. Nei giorni precedenti l’11 luglio, i visitatori hanno potuto vedere le foto delle installazioni degli anni precedenti e i resti dei contenitori di plastica grigia che gli specialisti forensi usano per conservare i resti umani delle vittime non ancora identificate.

Kerry Wigham, dell’Istituto Auschwitz, è particolarmente colpito dal monumento di Sehovic, perché “non solo racconta il genocidio, ma spinge anche a pensare alla prevenzione dei massacri come quelli di Srebrenica”.

Per sottolineare la sua validità universale, Sehovic ha stabilito che il monumento deve fare a meno dei simboli nazionali. Non si tratta di suscitare empatia dei parenti più prossimi: quando versano il caffè nelle tazzine, tutti i partecipanti si ritrovano a riflettere verso un’immedesimazione quanto più “umana”.