In Belgio ci sono oltre 28mila lavoratrici e lavoratori del sesso – sex workers . Eppure il mestiere non è regolamentato a dovere, ci sono norme differenti in diverse parti del Paese e non si capisce bene cosa è permesso e cosa no.

In mancanza di uno status ufficiale, si cade in quel limbo dove nessun diritto è garantito. E per molte e molti incorrono in problemi legali per l’assenza di una chiara regolamentazione.

Di per sè l’attività è legale. Nè il/la lavoratrice e nè  il cliente sono perseguibili. Ma tutti i terzi coinvolti, sì. Idealmente questa legge vuole colpire i magnaccia ed evitare lo sfruttamento. Nella pratica, mette in pericolo anche i legali o i contabili.

La legge risale al 1950 e, secondo il sindacato UTSOPI, è chiaramente abolizionista. “Se non permetti a un/a sex worker di avere un contabile o un avvocato, non riconosci a pieno il suo lavoro”.

Chiunque guadagni qualcosa dall’esercizio del sex work – anche in modo indiretto – è perseguibile. Siccome rintracciare chiunque si muova in questo ambito è impraticabile, viene lasciato un margine di tolleranza. Ad esempio non si può perseguire legalmente chi affitta un appartamento a un/a sex worker o chi ospita gli annunci pubblicitari sulla propria pagina web.

Il problema è che la tolleranza non è definita a livello nazionale e neanche federale. La decisione spetta ai comuni, a volte anche da quartiere a quartiere può cambiare.

Ad esempio nella quartiere a luci rosse di Ghent, ufficialmente ci sono solo “baristi” con contratto regolare, per evitare infiltrazioni illegali. Al contrario, ad Anversa, lo Schipperskwartier è ben conosciuto. Per le strade abbondano i manifesti che invitano a visitare quella zona della città

Nella regione di Bruxelles invece dipende dal comune, si passa da  Schaerbeek, dove la prostituzione è tollerata, a Saint-Josse-ten-Noode dove si è cercato in tutti i modi di proibirla.  Sempre secondo il sindacato, “non c’è stata comunicazione fra il settore e le istituzioni”.

Tutto è precipitato con la prima ondata di coronavirus. Le/i sex workers sono stati lasciati senza alcuna tutela dopo il blocco  delle loro attività imposto dalle autorità. A giugno, ottenuto il permesso di riprendere con limitazioni, i comuni hanno lasciato intatto il divieto. Così i dialoghi si sono resi necessari per la sopravvivenza e la tutela del mestiere.

Coerenza e certezza legale

Il sindacato vorrebbe una modifica dell’articolo 380 del codice penale, che punisce “chiunque collabori con la prostituzione”. L’ufficio del ministro federale della giustizia Koen Geens ha iniziato un lavoro per depenalizzare la pornografia di adulti e lo sfruttamento economico di adulti consenzienti.

Da una parte, la pandemia ha evidenziato la carenza di una base comune per interpretare alcune norme. Dall’altra ha facilitato il dialogo tra associazioni o sindacati di sex workers presenti in Belgio, come UTSOPI, e  istituzioni.

Uno statuto uniforme potrebbe migliorare le cose? Per molte e molti del settore, sicuramente sì. Ma è un risultato lontano da raggiungere e nel frattempo le tutele mancano. La pandemia ha reso evidente più di altri momenti, gli svantaggi di non essere regolamentati. Tecnicamente il lavoro sessuale in Belgio rientra nel codice NACE-BEL (una classificazione statistica delle attività economiche in UE) come “altri servizi”. Ma per spiegare l’inefficacia di questo codice, si pensi che nella stessa categoria (“escorting services”) rientrano lavoratrici sessuali e guardie del corpo. “Noi sex workers, però, abbiamo più spese legate al lavoro”, dicono alcuni rappresentanti.

L’introduzione di codici più precisi servirebbero anche a regolamentare il lato economico. Ad esempio, potrebbero chiarire quali spese sono ammissibili perchè legate al lavoro e quali no.

Abbattere lo stigma e le discriminazioni

Dare una regolamentazione al lavoro sessuale, tuttavia, non deve servire a rafforzare lo stigma esistente legato a questo tema. L’atteggiamento dello Stato nei confronti del lavoro sessuale è sia causa che conseguenza di discriminazioni. Liberare il lavoro sessuale significa accettare – anche da parte dello Stato – che esso esiste e si può trattare come un qualsiasi lavoro. Con regolamentazioni, certo, ma anche diritti.

Tra le rivendicazioni dei sindacati come UTSOPI, anche migliore trattamento sanitario e da parte della polizia. “In Belgio, ma non solo, si dovrebbero in primo luogo abbattere le discriminazioni verso i sex workers“.

 

Riadattamento di un articolo di Brusseltimes