Le porte del Museo ebraico di Bruxelles non erano mai state chiuse durante l’orario di visite. Tutto è cambiato dal maggio del 2014, dopo l’attacco di uno jihadista risultato nell’uccisione di quattro vittime.

A quasi quattro anni dall’attentato si è tornati a parlare di casi di antisemitismo in Belgio, uno dei paesi più multietnici e diversi d’Europa. Tuttavia, la scorsa settimana il rapporto annuale del Centro Kantor sull’antisemitismo globale ha concluso che, Francia esclusa, “gli ebrei non sperimentano la stessa ostilità che trovano in Belgio in un altro paese dell’UE”.

Casi di antisemitismo in crescita

Le organizzazioni che monitorano l’odio antiebraico in Belgio segnalano un costante aumento di incidenti a sfondo antisemita. Atti di vandalismo, negazione dell’Olocausto, abusi verbali, teorie cospirazioniste e retorica nazista sono tutti fenomeni in crescita. Il Centro per le pari opportunità sostenuto dal governo belga ha dichiarato di ricevuto segnalazione di 101 casi di antisemitismo nel 2018, quasi il doppio rispetto ai 56 dell’anno precedente.

Una ricerca dell’ Agenzia per i diritti fondamentali dell’UE ha diffuso dati allarmanti: durante gli ultimi cinque anni, gli ebrei belgi che hanno preso in considerazione l’emigrazione sono ben il 42%. Una percentuale notevole, considerando che nell’indagine portata avanti su 12 paesi è leggermente inferiore solo a quella francese e tedesca. Come se non bastasse, circa il 39% degli intervistati belgi ha dichiarato di aver subito odio antisemita nell’ultimo anno.

Antisemitismo nelle scuole

Le tristi scoperte non sorprendono Ariella Woitchik, direttore degli affari legali e pubblici al Congresso ebraico europeo con sede a Bruxelles. “Anche se non sei soggetto personalmente incidenti antisemiti, è impossibile non sentirne parlare. Dai tuoi amici nelle scuole ai luoghi di lavoro, i casi di antisemitismo avvengono ovunque. La gente non si sente sicura di poter camminare per le strade di Bruxelles indossando la kippah”.

Woitchik pensa che la situazione nelle scuole si stia inasprendo. “Nelle scuole pubbliche in Belgio l’insulto più diffuso è ‘ebreo'”. Di fronte a quest’ostilità, aggiunge, sono sempre più i genitori che stanno trasferendo i loro figli in scuole ebraiche. “Ad essere onesti non hanno scelta. Ogni genitore ebreo si trova davanti ad un dilemma molto, molto difficile: lasci tuo figlio in una scuola pubblica e il tuo bambino diventa bersaglio oppure lo metti in una scuola ebraica che è comunque un obiettivo. La situazione è molto difficile.”

Sicurezza

Gli edifici ebraici, incluso il museo, sono ben protetti da telecamere e doppie porte che possono essere aperte solo dall’interno, e le scuole ebraiche sono sempre sorvegliate . “Mia figlia di tre anni mi ha chiesto ‘mamma, perché abbiamo soldati di fronte alla scuola?’”, commenta Woitchik in merito. “Come dovrei spiegarlo?”

In questo contesto, le organizzazioni ebraiche stanno intensificando e consolidando gli sforzi per promuovere la comprensione della loro religione e della cultura.

Dopo l’attentato

“Dopo l’attacco terroristico del 24 maggio 2014 il Museo ebraico ha deciso di non chiudersi in se stesso ma di diventare ancor di più un posto per la cultura e per il dialogo”. Le parole sono di Bruno Benvindo, dirigente del museo. “Questa è stata davvero una vera presa di posizione, una scelta per rispondere a questo attacco terroristico”.

Le vittime di quell’attacco non sono state dimenticate. All’ingresso c’è una targa di bronzo per commemorare le quattro persone morte. Tra loro c’erano Myriam ed Emmanuel Riva, una coppia israeliana che celebrava un anniversario di matrimonio con un viaggio in Europa. Anche Dominique Sabrier e Alexandre Strens, che lavoravano nel dipartimento di comunicazione del museo, sono stati assassinati quel giorno, durante quella che avrebbe dovuto essere una normale giornata di lavoro.

Il jihadista francese Mehdi Nemmouche, mano dell’attentato in questione, è stato condannato all’ergastolo all’inizio di quest’anno.

L’edificio fu chiuso per più di due anni dopo l’attentato, mentre nel frattempo la collezione permanente del museo viaggiava in diversi punti della città.

“È stata un’esperienza traumatica per tutti i belgi” ha detto Benvindo, entrato nello staff del museo nel 2017. “Non volevamo solo diventare un memoriale, ma volevamo rimanere un posto per la cultura, una vita dinamica, un’istituzione.”

Il museo oggi

Situato in un’elegante edificio di Bruxelles, il Museo Ebraico si trova vicino alla pittoresca Place du Grand Sablon. Una delle zone più affollate da turisti grazie alla presenza della chiesa gotica del XV secolo, del mercato dell’antiquariato e dei lussuosi negozi di cioccolato. A pochi passi dal caos turistico, il museo è un tesoro di storia e cultura ebraica. Un piano presenta un’esposizione di portaspezie in filigrana d’argento, candelabri in ottone e vecchi libri con spine spezzate, sotto il suono di una musica corale. In esibizione c’è anche un po’ di cultura contemporanea, con una recente mostra su Amy Winehouse.

Il museo, che ha 16.000 libri sulla vita e sulla cultura ebraica, ha ampliato il suo programma educativo tradizionale. Solo l’anno scorso l’hanno visitato circa 5.000 bambini in età scolare. Alcuni hanno preso parte al seminario “Incontrare un ebreo”, che è rivolto ai bambini dai 14 ai 18 anni e cerca di abbattere gli stereotipi. Altri laboratori offrono ai bambini la possibilità di conoscere la cultura e la storia ebraica, sotto una prospettiva sia religiosa che laica.

Questo fine settimana, il museo si aspetta di ospitare 250 persone per un kosher, piatto tipico della cultura ebraica marocchina, e per celebrare Iftar, la fine del digiuno del giorno durante il Ramadan. Oltre ai quiz sulle tradizioni ebraiche e musulmane, la serata si concluderà con un concerto del coro gospel.

L’emergenza educativa

I gruppi della comunità sottolineano il fatto che le organizzazioni ebraiche non possono fare tutto da sole. Il Congresso ebraico europeo vuole vedere un miglioramento sulle strategie educative nelle scuole. In base alle inchieste dell’European Journalist Centre (EJC), i casi di bambini che si rifiutano di seguire le lezioni sull’Olocausto sono sempre più comuni. Lavorare sul settore educativo è un’esigenza affinché gli insegnanti abbiano gli strumenti per gestire tali situazioni.

Raya Kalenova, vicepresidente dell’EJC, sottolinea il fatto che il Belgio non è l’unico stato ad avere problemi di antisemitismo. La vicepresidente si riferisce alla sparatoria avvenuta in una sinagoga di Pittsburgh e al partito laburista britannico da lei definito “apertamente antisemita”. Francia e Germania sono tra i paesi europei che hanno visto il maggior aumento di attacchi contro gli ebrei, minacciando quello che il FRA, l’agenzia dell’UE per i diritti fondamentali, ha definito “i valori stessi su cui si fonda l’unione”.

Cinque anni fa, i leader politici di tutta Europa pensavano che l’EJC esagerasse, ma ora la minaccia inizia a farsi più definita. “Oggi siamo preoccupati non solo per gli ebrei, ma per la nostra società”, continua Kalenova. “Attaccare gli ebrei significa attaccare e destabilizzare la società democratica”.