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Belgio, intellettuali con Abou Jahjah: “Je suis Charlie” vale sempre tranne che per il conflitto israelo-palestinese?”

30 personaggi pubblici, firmano su De Morgen una lettera a sostegno dello scrittore di origine libanese, cacciato dal quotidiano De Standaard



Un gruppo di 30 intellettuali belgi, ha firmato una lettera di sostegno a Dyab Abou Jahjah –pubblicata dal quotidiano De Morgen– in seguito al suo licenziamento per il posto di sostegno alla causa palestinese: “Lunedi ‘9 gennaio, Dyab Abou Jahjah, attivista e scrittore belga di origine libanese ha visto il suo blog sul sito del quotidiano De Standaard, sul quale ha tenuto una rubrica settimanale per gli ultimi tre anni, chiuso a causa di un commento che l’uomo ha postato sulla sua pagina FB.” si legge nel pezzo d’opinione.

“Quel messaggio”, riprende ancora il post  “riportava “con ogni mezzo necessario #Free la Palestine”. Lo scrittore si è affrettato, però, a chiarire il suo pensiero: “Un attacco a soldati in un territorio occupato non è terrorismo! Questo è un atto di resistenza. Si tratta di un diritto riconosciuto dal diritto internazionale”. Questa posizione gli è valsa le critiche del sottosegretario belga all’immigrazione, il populista  Theo Francken, che aveva esortato De Standaard a liberarsi del blogger.”

La lettera di sostegno ad Abou Jahjah è stata firmata, tra gli altri da scrittori, accademici e giornalisti tra i quali  Candice Vanhecke, Eric Corijn, Jan Goossens e Philippe Van Parijs: “Abou Jahjah, in realtà, mirava soprattutto alla propaganda di Israele contro i palestinesi. E al tentativo di associare all’ISIS e al jihadismo gli elementi più politicizzati dell’establishment palestinese. In un post, lo scrittore ha sostenuto che è possibile, in alcuni casi, definire questa violenza come legittima e non è detto -necessariamente- che si tratti sempre di terrorismo.”

Per i firmatari del pezzo a sostegno dell’intellettuale belga-libanese è inaccettabile essere licenziati, per aver espresso un’opinione -discutibile- ma con solide basi.”Due anni fa, abbiamo sfilato dietro lo slogan “Je suis Charlie” per la libertà di espressione come diritto inviolabile nella nostra società. E ora? Basta davvero il Tweet di un sottosegretario nazionalista, un politico con tendenze xenofobe, perchè salti la testa di uno dei pochi giornalisti di minoranze etniche presenti nello spazio pubblico belga?”Je suis Charlie” vale sempre tranne che per il conflitto israelo-palestinese?”

 

 






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