Due simboliche emesse dalla corte di Ghent. Casi scoppiati nelle piscine comunali di Ter Wallen, a Merelbeke e in quella di Van Eyck a Ghent. Nelle strutture si era tentato di vietare il costume da bagno indossato da alcune donne islamiche, “il burkini”, considerato pericoloso per motivi “igienici” o “di sicurezza”.

Due donne musulmane avevano sporto denuncia e, il 5 luglio, il tribunale ha dato loro ragione: il divieto non ha alcun fondamento. Studi promossi dal governo delle Fiandre hanno chiarito che il burkini non rappresenta un problema né per l’igiene né per la sicurezza.

“Le donne musulmane che vogliano indossare un costume vengono discriminate per motivi puramente religiosi rispetto a quelle occidentali che indossano costumi meno coprenti. In nessuna delle piscine in causa questo regola è stata giustificata in maniera oggettiva e ragionevole” dice l’avvocato Joos Roets. “Si tratta solo di una discriminazione religiosa”.

Nella piscina di Merelbeke il burkini è stato letteralmente inserito nella lista dei “costumi non autorizzati”, una discriminazione “diretta”. Mentre a Ghent, dove apparentemente il regolamento sarebbe neutrale, la discriminazione è stata definita “indiretta”. Il regolamento infatti recita: “tutti i costumi coprenti sono vietati”. Le piscine dovranno modificare i regolamenti immediatamente. Le donne musulmane che hanno sporto denuncia vogliono rimanere anonime, ma riceveranno un risarcimento.

Il rifiuto di Anversa

È la prima volta che un tribunale belga si esprime su un divieto contro l’utilizzo del burkini. Che la sentenza del 5 luglio sarà benzina sul fuoco è chiaro. Da due anni il tema è infatti l’emblema della tensione tra integrazione e libertà religiosa. Gli oppositori, accusano il burkini di essere un simbolo di oppressione facendosi scudo dietro alla libertà di religione sancita dalla costituzione e dalla Corte Europea per i Diritti Umani (CEDU).

Quando l’Unia, il centro inter-federale per le pari opportunità, completamente il linea con la CEDU, lo scorso anno aveva informato la città di Anversa che non c’era terreno legale per un divieto contro il burkini, il partito N-VA aveva ignorato l’avvertimento.

“Con questa sentenza le cose ora diventeranno più difficili” sostiene l’avvocato Roest al quotidiano fiammingo De Standaard “Ovviamente in questo caso ci si riferisce unicamente al costume da bagno. Ma il ragionamento del giudice è stato molto preciso e potrebbe essere applicato anche ad altri temi. Il giudice, così come Unia, ha dato molto peso ai dati scientifici portati dall’Agenzia Fiamminga per la Cura e la Salute. Nel report non si rileva alcun problema per l’igiene o la sicurezza legato all’indumento del burkini. Non si tratta quindi solo del parere di alcuni attivisti”.

L’esperta di diritti umani Eva Brems (UGent) spera che i comuni modifichino i regolamenti delle piscine. “La cosa peggiore che potrebbe capitare ora, sarebbe che venisse ignorata completamente la sentenza, così come era accaduto con il caso giuridico del Consiglio di Stato che aveva proibito in tutte le scuole il divieto al velo. La discriminazione subita dalle ragazze musulmane si diffonde a macchia d’olio”.