di Giuseppe Menditto

Chiome bagnate anche nelle più rigide mattine invernali, un irrefrenabile istinto a tuffarsi in qualsiasi corso d’acqua, una lingua zeppa di suoni gutturali eufemisticamente poco musicali. Questi e altri stereotipi sugli olandesi di oggi amplificano quanto i legionari romani pensavano di coloro che hanno incontrato durante l’espansione settentrionale dell’Impero.

L’Olanda odierna non è mai stata una colonia romana proprio perché a lungo ne ha costituito il confine settentrionale. Tuttavia, l’incontro tra romani e civiltà “barbare” ha posto le basi per lo sviluppo di quelli che oggi conosciamo come i Paesi Bassi. Il fiume Reno infatti ha rappresentato per secoli un confine naturale, politico e culturale.

Ma quanto tempo hanno trascorso i romani in terra batava? Stando alle attuali ricerche, quasi 500 anni, un periodo non trascurabile: probabilmente la presenza può essere tracciata già nel I secolo a.C. per poi terminare con la crisi dell’Impero intorno al 410 d.C.

Germania romana
ReMaps, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

Tracce olandesi già nel De Bello Gallico

Le popolazioni (civitates) che Cesare elenca e descrive nel De Bello Gallico Menapi, Eburoni, Tencteri, Usipeti e Sugambri – avevano molti elementi in comune: comandate da re o principi, confidavano in un consiglio degli anziani molto influente ed erano organizzate in una struttura gerarchica basata su comitates, bande di guerrieri a cavallo che prestavano giuramento di fedeltà ai propri capi. Quest’ultimi, in cambio, offrivano protezione e ricompense ma praticavano culti specifici che si intrecciavano con quelli delle popolazioni confinanti.

Quando i romani si avvicinano alla regione erano in atto già da tempo degli importanti cambiamenti; il loro arrivo non fa altro che accelerare questo processo. Così alcune popolazioni, primi fra tutti gli Euboroni, vengono completamente annientate – tanto che alcuni storici parlano di un vero e proprio genocidio – mentre altre come i Ciatti, gli Ubi e gli Sugambri sono spinte a migrare.

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Wolfgang Sauber, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

I Batavi: esercito di riserva e guardie del corpo

Tra il I sec. a.C e la famosa rivolta del 69/70 d.C. le legioni romane affrontano, sconfiggono e vengono poi battute da una delle tribù che nel corso degli anni si conquista la fama di essere una macchina da guerra capace di guadare un fiume ed essere pronta al combattimento nel più breve tempo possibile: i Batavi.

Quella popolazione, che i romani si ostinavano a chiamare Germani per la difficoltà di distinguerla dagli altri gruppi e per precisa scelta ideologica, si era insediata sulle rive del fiume Reno all’indomani dell’arrivo di Cesare in quelle terre: accusati di essersi ribellati all’invasione romana e di averne annientato un’intera legione nel 54 a.C., i Batavi, in quarant’anni si fermano in una porzione di terra circondata a ovest e a Nord dai Frisii e a sud dai Galli. 

E qui succede qualcosa di inevitabile. Le popolazioni autoctone che vivevano nel territorio iniziano a identificarsi con i Batavi, da cui gli olandesi dicono di discendere. I Frisi del nord, invece, si mantengono a distanza perchè non avevano interesse nel coltivare rapporti con i Romani. E viceversa quest’ultimi non consideravano importante spingersi in quelle terre inospitali.

Pochi sanno che l’identità batava è in realtà il risultato di un intreccio tra i costumi coltivati da quella popolazione e la strategia imperiale di Roma. Per i Romani, infatti, quella batava erano un’etnia guerriera, incline all’uso delle armi. Quindi per gli interessi dell’Impero, era importante plasmare il carattere etnico di tali guerrieri adottivi ed esaltare in loro qualità come il coraggio, la tenacia e la lealtà all’autorità.

Gli auxilia, ovvero i soldati imperiali non romani, erano diventati preziosi in un impero in espansione e “costavano” di meno, in quanto percepivano salari più bassi dei loro colleghi romani. L’introduzione di una classe di soldati professionisti sottratti alla vita civile era un fenomeno inedito per quelle popolazioni autoctone: i giovani batavi venivano educati all’arte della guerra e questo contribuisce non poco alla costruzione di un’identità batava, nella quale finiscono per riconoscersi le comunità barbare presenti sul territorio.

Valorosi, fedeli e soprattutto abbastanza lontani dagli intrighi politici di Roma, i Batavi sono scelti come corporis custodes (letteralmente “guardie del corpo”) dell’Imperatore, soprattutto per la loro altezza: Tacito parla infatti di immensa corpora. Per i romani, però, rimanevano barbari, quindi meno intelligenti.

“Auris batava”, un orecchio poco sensibile all’arte

Nella scala gerarchica romana i Batavi occupavano una posizione intermedia tra i barbari “tout court” e la civiltà gallica più ricettiva alla cultura dell’Impero: a Roma chi fosse insensibile alla poesia, o meglio a quella degli epigrammi di Marziale a cui si deve l’espressione, veniva tacciato di auris Batava (orecchio batavo). Non esattamente un complimento.

I Batavi, tuttavia, cercavano di contrastare tale stereotipo e di accreditarsi agli occhi dei Romani come popolazione valorosa: costruiscono una capitale batavo-romana a Nijmegen e inviano a Colonia i propri figli, almeno quelli appartenenti alle elites, per poter impartirgli un’educazione romana.

Un pantheon di dei in comune

Il legame tra Batavi e Romani viene saldato dalla costruzione di un pantheon mitico comune: riferendosi a Cesare, il mito del divo Giulio viene adottato dai Batavi come fondatore dell’alleanza romano-batava. Ancor più interessante è forse il recupero del mito di Ercole: non estranei all’adozione di miti geograficamente e culturalmente lontani, i Batavi adottano l’invincibile Ercole come propria divinità : primo esploratore dei quattro angoli dell’Impero, Ercole era stato colui che aveva affrontato i pericoli di una natura maligna offrendo pace e protezione a quelle popolazioni costantemente in pericolo.

Lo stesso Tacito nel suo scritto Germania racconta di come Ercole sia non solo giunto tra le popolazioni germaniche ma che le celeberrime colonne di Ercole non siano da localizzare nello Stretto di Gibilterra: al contrario, come progenitrici delle pale eoliche che punteggiano tutta la costa olandese, nell’area del Mare del Nord antistante la Frisia.

Geopolitica dell'”Olanda romana”

Le terre allora occupate dai Batavi, oggi a cavallo delle regioni del Zuid Holland, Gerlderland, Brabant e Limburg, non hanno mai goduto di grande attenzione da parte degli studiosi. La regione del Basso Reno è sempre stata tradizionalmente assimilata a quella gallica e studiata quindi come variazione marginale di una più ampia cultura, quella reinventata dalle penne di Gosciny e Uderzo, geniali inventori di Asterix e Obelix.

Negli ultimi anni, grazie soprattuto all’iniziativa dell’archeologo Tom Hazenberg e del gruppo di colleghi del Romeinse Kustwach che con lui collabora, molti insediamenti romani costieri sono stati scoperti da Aardenburg alla remota isola di Texel, a testimonianza dell’idea di Augusto e dei suoi successori di trasformare anche questi territori in una nuova colonia – un progetto che invece viene poi accantonato dall’imperatore Claudio nel 47 d.C.

Scendendo più a sud, gli insediamenti lungo la vecchia foce del Reno sono stati edificati dai Romani pensando alla futura espansione in Britannia: la capitale Forum Adriani, il Praetorium Agrippina e la mitica Brittenburg, anche conosciuta come forte Batavorum Lugdunum nei pressi di Katwiijk, non lontano da Leiden. Una vera e propria Atlantide del Nord sommersa dall’avanzare del mare, ancora visibile alla fine del cinquecento dopo alcune violenti tempeste, cercata invano per secoli e molto probabilmente a soltanto un  chilometro di distanza dall’European Space Research and Technology Centre oggi costruito in quella stessa area. 

Tutto quel che resta oggi di quel forte sono due mappe: quella del cartografo cinquecentesco Abraham Ortelius e una copia di una mappa di origine romana, la Tabula Peutingeriana, che indicava due torri proprio in quello stesso punto.

In realtà è proprio a sud della foce del fiume Mosa che la presenza di fortificazioni romane, erette per difendersi dalle incursioni piratesche, si fa più intensa. L’arrivo dei Romani ha creato le premesse per lo sviluppo di una piccola industria dedita all’estrazione del sale, della salsa di pesce e la produzione di calce a partire dalle conchiglie.

Il periodo di massimo splendore del dominio romano sul territorio olandese si fa risalire a Traiano (53-117 d.C), mentre già dal 300 d.C. tribù esterne, approfittando della crisi che stava conoscendo l’Impero, s’insediano nel territorio. I Frisoni mantengono indisturbati i loro possedimenti, i Sassoni si stanziano a oriente, mentre l’occidente e il sud dell’intera regione viene occupato dai Franchi.