The Netherlands, an outsider's view.

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CULTURE

Batavi e Impero: le radici romane dei Paesi Bassi

L’Olanda odierna non fu mai una colonia romana proprio perché a lungo ha costituito il confine dell'impero. Tuttavia, l’incontro tra romani e civiltà barbare ha posto le basi per lo sviluppo di quelli che conosciamo oggi come Paesi Bassi



di Giuseppe Menditto

mappe di Valeria Gentile

Chiome bagnate anche nelle più rigide mattine invernali, un irrefrenabile istinto a tuffarsi in qualsiasi corso d’acqua malsano o meno che sia, una lingua zeppa di suoni gutturali eufemisticamente poco musicali. Questi e altri stereotipi sugli olandesi amplificano quanto i legionari romani iniziarono a pensare (e fantasticare) di coloro che incontrarono durante l’espansione settentrionale dell’Impero. L’Olanda odierna non fu mai una colonia romana proprio perché a lungo ne ha costituito il confine settentrionale. Tuttavia, l’incontro tra romani e civiltà “barbare” ha posto le basi per lo sviluppo di quelli che oggi conosciamo come Paesi Bassi.

Popolazioni barbare rimaste ai tempi dell’Impero Romano su territorio olandese

Tracce d’Olanda già nel De Bello Gallico



Le popolazioni (civitates) che Cesare elenca e descrive nel De Bello Gallico – Menapi, Eburoni, Tencteri, Usipeti e Sugambri – avevano molti elementi in comune: comandati da re o principi, confidavano in un consiglio degli anziani molto influente ed erano organizzati in una struttura gerarchica basata su comitates, bande di guerrieri a cavallo che prestavano giuramento di fedeltà ai propri capi. Quest’ultimi, in cambio, offrivano protezione e ricompense ma praticavano anche culti specifici che si intrecciarono con quelli delle popolazioni confinanti soltanto parzialmente.

Quando i romani si avvicinarono alla regione erano in atto già da tempo degli importanti cambiamenti; l’intromissione dei nostri accelerò questo processo. Così alcune popolazioni, primi fra tutti gli Euboroni, furono completamente annientate, mentre altre come i Ciatti, gli Ubi e gli Sugambri, furono spinte a migrare.

Quanto tempo trascorsero i romani in terra batava? Stando alle attuali ricerche, non un periodo breve: probabilmente la presenza può essere tracciata dal I secolo a.C. per poi terminare con la crisi dell’Impero Romano intorno al 410 d.C.

Le popolazioni che restarono sul territorio s’identificarono principalmente con i Batavi, da cui gli olandesi dicono di discendere mentre i Frisi, nel nord, non ebbero interesse nel coltivare rapporti con i Romani, e viceversa i Romani non considerarono importante spingersi in quelle terre inospitali.



I Batavi esercito di riserva

Pochi sanno che l’identità batava è in realtà il risultato di un intreccio tra i costumi coltivati da quella popolazione e la strategia imperiale di Roma. Per i Romani, infatti, quella batava erano un’etnia guerriera, incline all’uso delle armi. Quindi per gli interessi dell’Impero, era importante plasmare il carattere etnico di tali guerrieri adottivi ed esaltare in loro qualità come il coraggio, la tenacia e la lealtà all’autorità.

Gli auxilia, ovvero i soldati imperiali non Romani, erano diventati preziosi in un impero in espansione e “costavano” di meno, in quanto percepivano salari più bassi dei loro colleghi Romani. L’introduzione di una classe di soldati professionisti sottratti alla vita civile era un fenomeno inedito per quelle popolazioni autoctone: i giovani Batavi vennero educati all’arte della guerra e questo contribuì non poco alla costruzione di una comunità batava, nella quale finirono per riconoscersi le comunità barbare presenti sul territorio.

Valorosi, fedeli e soprattutto abbastanza lontani dagli intrighi politici di Roma, furono scelti come corporis custodes (letteralmente “guardie del corpo”) dell’Imperatore, soprattutto per la loro altezza: Tacito parla infatti di immensa corpora. Per i romani, però, rimanevano barbari, quindi meno intelligenti.



Auris batava, ossia insensibile all’arte

Nella scala gerarchica romana i Batavi occupavano una posizione intermedia tra i barbari “tout court” e la civiltà gallica più ricettiva alla cultura romana: a Roma chi fosse insensibile alla poesia, o meglio a quella degli epigrammi di Marziale a cui si deve l’espressione, veniva tacciato di auris Batava (orecchio Batavo). Non esattamente un complimento.

I Batavi, tuttavia, cercarono di contrastare tale stereotipo e di accreditarsi agli occhi dei Romani come popolazione valorosa: costruirono una capitale batavo-romana a Nijmegen, inviarono a Colonia i propri figli, almeno quelli appartenenti alle elites, per poter impartirgli un’educazione romana.

Il legame tra Batavi e Romani fu saldato dalla costruzione di un pantheon mitico comune: riferendosi a Cesare, il mito del divo Giulio fu adottato dai Batavi come fondatore dell’alleanza romano-batava. Ancor più interessante è forse il recupero del mito di Ercole: non estranei all’adozione di miti geograficamente e culturalmente lontani, i Batavi adottarono l’invincibile Ercole come propria divinità prescelta: primo esploratore dei quattro angoli dell’Impero, Ercole era stato colui che aveva affrontato i pericoli di una natura maligna offrendo pace e protezione a quelle popolazioni costantemente in pericolo.

Lo stesso Tacito nel suo scritto Germania racconta di come Ercole sia non solo giunto tra le popolazioni germaniche ma che le celeberrime colonne di Ercole non siano da localizzare nello Stretto di Gibilterra ma, come progenitrici delle pale eoliche che punteggiano tutta la costa olandese, nell’area del Mare del Nord antistante la Frisia.

Geopolitica dell'”Olanda romana”

Le terre allora occupate dai Batavi, oggi a cavallo delle regioni del Zuid Holland, Gerlderland, Brabant e Limburg, non hanno mai goduto di grande attenzione da parte degli studiosi. La regione del Basso Reno è sempre stata tradizionalmente assimilata a quella gallica e studiata quindi come variazione marginale di una più ampia cultura, quella reinventata dalle penne di Gosciny e Uderzo, geniali inventori di Asterix e Obelix.



Principali insediamenti Romani

Negli ultimi anni, grazie soprattuto all’iniziativa dell’archeologo Tom Hazenberg e del gruppo di colleghi del Romeinse Kustwach che con lui collabora, molti insediamenti Romani costieri sono stati scoperti da Aardenburg alla remota isola di Texel, a testimonianza dell’idea di Augusto e dei suoi successori di trasformare anche questi territori in una nuova colonia (un progetto che invece fu poi accantonato dall’imperatore Claudio nel 47 d.C). Scendendo più a sud, gli insediamenti lungo la vecchia foce del Reno furono edificati dai Romani pensando alla futura espansione in Britannia: la capitale Forum Adriani, il Praetorium Agrippina e la mitica Brittenburg, anche conosciuta come il forte Batavorum Lugdunum nei pressi di Katwiijk (Leida).

In realtà è proprio a sud della foce del fiume Mosa che la presenza di fortificazioni romane, erette per difendersi dalle incursioni piratesche, si fa più intensa. L’arrivo dei Romani creò le premesse per lo sviluppo di una piccola industria dedita all’estrazione del sale, della salsa di pesce e la produzione di calce di conchiglie.

Il periodo di massimo splendore del dominio romano sul territorio olandese si fa risalire a Traiano (53-117 d.C), mentre già dal 300 d.C. tribù esterne, approfittando della crisi che stava conoscendo l’Impero, s’insediarono nel territorio. I Frisoni mantennero indisturbati i loro possedimenti, i Sassoni si stanziarono a oriente, mentre l’occidente e il sud dell’intera regione fu occupato dai Franchi. 






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