Pochi giorni fa il governo belga ha ufficialmente deciso di intraprendere un percorso lungo e innovativo. È arrivato il via libera per l’Africa Museum di Tervuren, una volta celebrazione del dominio coloniale del Paese, di rendersi protagonista di un processo pluriennale di restituzione dell’arte depredata alla Repubblica Democratica del Congo. Dalla fine del XIX secolo al 1960, migliaia di opere d’arte – statue in legno, maschere d’avorio, manoscritti e strumenti musicali – sono stati sottratti all’ex colonia belga da collezionisti, scienziati, esploratori e soldati. Belgi e non solo.

La settimana scorsa Thomas Dermine, segretario di stato per la politica scientifica, riconosceva in un’intervista alla Reuters: “l’approccio è molto semplice: tutto ciò che è stato acquisito con mezzi illegittimi, attraverso il furto, la violenza e il saccheggio, deve essere restituito (…) Tutto ciò non ci appartiene”. 

Una decisione rivoluzionaria che rischia però di impantanarsi a causa della complessità delle procedure di restituzione e la difficoltà di approvare un metodo condiviso per appurare la provenienza illegittima o meno delle opere d’arte. Al momento è ancora quasi tutto da definire.

Dai resti umani al “riciclaggio” delle opere d’arte

Nel 1884, durante la conquista della zona del Tanganica da parte dell’Association Internationale Africaine (AIA), un’organizzazione privata presieduta dallo stesso Leopoldo II, l’ufficiale Emile Storms ordinò l’esecuzione di diversi capi locali. I villaggi delle popolazioni recalcitranti furono bruciati. I belgi non si limitarono però a predare solo i beni culturali, come le statue del potente capo Tabwa Lusinga, che ora fanno parte dei “tesori” del Museo Reale dell’Africa Centrale di Tervuren.

Pic@Emdee, Wikimedia, CC 4.0. La statua del Generale Storms a Bruxelles è stata prima imbrattata e poi rimossa nel 2020

I soldati “raccolsero” – come annota lo stesso Storms – le teste dei capi decapitati. L’ufficiale infatti riportò in Belgio tre teschi, tra cui quello del capo Lusinga, che furono usati per conferenze pseudo-scientifiche sulla superiorità della razza bianca. Nel 2018 i teschi erano ancora conservati al Museo di Scienze Naturali di Bruxelles. 

Lo stesso anno l’avvocato Christophe Marchand si è limitato a osservare: se “la conservazione delle spoglie di persone assassinate” è punita dal codice penale belga con una pena da 3 mesi a 2 anni di prigione, perché ciò non dovrebbe valere per reati commessi 130 anni fa? Marchand ha cercato anche di estendere la nozione di “riciclaggio”, usata di solito per reati finanziari, ai benefici patrimoniali che il Belgio ha e continuerebbe a ottenere dal possesso delle collezioni coloniali.

La rivendicazione di Bamko

Dopo tre anni i passi in avanti sono stati notevoli. Gran parte del merito va a Bamko-Cran, l’associazione femminista che si occupa di sensibilizzare l’opinione pubblica belga sul razzismo e le questioni coloniali. Dal 2017 Bamko-Cran lotta per “riparazioni post-coloniali eque e giuste”. Mireille-Tsheusi Robert, presidentessa di Bamko, ci spiega com’è stato possibile arrivare fin qui.

Lo scopo di Bamko è sempre stato quello di ottenere “riparazioni postcoloniali giuste e dignitose: riparazioni non decise unilateralmente dal Belgio ma che fossero proporzionali al danno subito dai paesi africani nel lungo termine ed accompagnate da un processo legale di giustizia internazionale”.

Certo è che quanto ottenuto in Belgio non sarebbe stato possibile senza i risultati del CRAN (Conseil Représentatif des Associations Noires), una ONG internazionale che si batte in Francia per la restituzione dei tesori africani. Anzi la spinta iniziale belga nasce proprio dalla necessità di fare qualcosa mentre Canada, Germania e Inghilterra si stavano già muovendo.

Dove nasce il bisogno di una mobilitazione dell’opinione pubblica belga?

Le richieste di restituzione sono iniziate prima dell’indipendenza del Congo. Nel 1998 anche l’ambasciatore congolese in Belgio ha avanzato una richiesta, che ha avuto un’eco importante sulla stampa. Ma tutte le richieste sono rimaste senza risposta. Per questo era necessaria una mobilitazione, per provocare una reazione politica. Il fatto che i discendenti dei colonizzati chiedessero restituzioni era prevedibile. A partire dal 2015 le richieste non si sono mai fermate. Bamko-Cran ha preso spunto dal lavoro del francese Louis-Georges Tin e dagli articoli del giornalista Michel Bouffioux, a sua volta ispirato dalle rivendicazioni di alcuni attivisti.

Come ha reagito l’opinione pubblica in Belgio?

All’inizio con un rifiuto categorico, poi i nostri argomenti hanno fatto gradualmente breccia. Tuttavia, ci sono diversi punti di vista: alcune persone o istituzioni vogliono assolutamente tenere distinti i resti umani, che trovano normale restituire, dai beni culturali che credono di aver ottenuto legittimamente. Altre obiezioni riguardano la presunta incapacità del Congo di conservare correttamente i propri beni e la questione dell’inalienabilità giuridica dei beni appartenenti allo stato belga. Ciò è ironico e paradossale quando si sa che questi oggetti erano conservati dai congolesi prima che i belgi li rubassero. Inoltre, i musei belgi non sono certo irreprensibili in termini di protezione e conservazione; ci sono infatti molti casi di furto o deterioramento anche in Belgio.

Cosa ha ottenuto la vostra campagna negli ultimi quattro anni?

Basta citare tre punti: siamo riusciti a democratizzare il termine “restituzione”, completamente sconosciuto al grande pubblico. Inoltre la comunità scientifica ha finalmente ripreso la questione producendo una “guida etica” per la restituzione. Musei e università hanno avviati progetti di restituzione. 

Al di là della restituzione delle opere d’arte, cos’altro si può fare? 

C’è molto da fare in termini di riparazione, penso per esempio al lavoro forzato non pagato o sottopagato per quasi un secolo, alla restituzione delle mappe del sottosuolo congolese, ecc. Questo è ciò che le Assises Décoloniales, un’iniziativa lanciata da Bamko il 30 giugno 2020, devono affrontare. L’obiettivo è di dare voce ai discendenti dei popoli colonizzati dal Belgio in collaborazione con esperti di origini e discipline diverse.

C’è comunanza di punti di vista tra i partecipanti e gli esperti delle Assises che vivono negli ex paesi coloniali e non? 

Gli esperti che partecipano alle Assises sono di origine sia europea che africana e vivono in Belgio, Germania, Ruanda, Stati Uniti, Francia, Burundi, Sudafrica e Congo. Si stanno riunendo in 25 sottogruppi disciplinari secondo i propri interessi e competenze. Stanno discutendo delle questioni specifiche che entreranno poi in un rapporto finale. Al momento però non posso dire di più perchè il lavoro è ancora in corso. Ci siamo dati almeno 5 anni per poterlo completare.

Mi diceva che “la sua lotta è quasi vinta”: ma non sarebbe essenziale partecipare attivamente al processo concreto di restituzione?

Sì, certo, seguiremo il più possibile. Ma alcune istituzioni stanno facendo molti sforzi per tenerci lontani perché non hanno alcuna considerazione per la diaspora. Di conseguenza, o non ci vengono fornite le informazioni in tempo, o ci viene chiesto di essere semplici spettatori mentre i loro dipendenti, di solito bianchi, decidono da soli cosa e come vogliono restituire. Queste istituzioni hanno quindi informazioni, diritti decisionali, dipendenti e grandi bilanci, a differenza delle associazioni gestite da persone della diaspora africana, quindi il nostro compito è più difficile in queste condizioni.

CoverPic@BLOB, Flickr, CC 2.0