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CULTURE

Attivisti o storici? come si riscrive la storia della schiavitù in Olanda

Gli accademici più conservatori accusano le nuove generazioni di storici di usare metodologie discutibili



Se c’è un argomento sul quale gli olandesi sanno essere evasivi è la loro storia coloniale. Soprattutto parlare della prosperità che il commercio degli schiavi ha portato al paese è ancora tabù.

Del resto, chi è stato finora a scrivere del passato coloniale? Secondo una conferenza tenuta lo scorso luglio al De Balie di Amsterdam la risposta sembra chiara: i bianchi olandesi.

Da questo spunto parte l’articolo del Groene Amsterdammer che sottolinea come grazie agli ultimi anni di zwarte activisme sia stato possibile rimettere mano in maniera più completa alla storia coloniale olandese.

La storica Patricia D. Gomes ha iniziato la serata al De Balie con un discorso sulla lotta combattuta dagli attivisti per introdurre una prospettiva multipla sulla storiografia della schiavitù. Dopo anni di pressioni sono stati finalmente presi provvedimenti. Gomes parla di un cambio di paradigma in questo senso. La prospettiva dei neri, delle vittime del commercio e della schiavitù, è sempre più riconosciuta. Ma questo sviluppo è fragile.

Ad ostacolare questa nuova prospettiva sugli eventi, spesso sono gli storici più conservatori che accusano gli attivisti di applicare un metodo fazioso e non scientifico alle proprie ricerche.

Un buon esempio sono gli articoli di opinione delle ultime settimane, scritti dai professori emeriti Piet Emmer e Henk den Heijer per il Trouw in cui sembrano voler incolpare chiunque punti a fatti spiacevoli e pratiche di attivismo.

In effetti, in Olanda gli attivisti non sono visti di buon occhio e spesso sono considerati come emotivi, se non addirittura aggressivi.

Scienza e attivismo sembrano essere due categorie incompatibili. In un’intervista con il blog storico Over de Muur, Nadia Bouras denuncia questa distinzione. Per la ricercatrice e professoressa della Leiden University, l’attivismo riguarda il cambiamento positivo del mondo, basato su ideali. “L’attivismo deve anche essere ben approfondito e ben argomentato. Con tutte le conoscenze e le abilità che si ottengono nel proprio lavoro, si ha la posizione perfetta, come accademico, per lottare per una società migliore. “

Non la pensa così Guno Jones, ricercatore presso la Vrij Universiteit, che parla di “snobismo accademico” per il quale le persone che sono al di fuori del contesto universitario o di istituzioni accademiche non vengono prese sul serio.

Nel suo articolo del 2018 “Activism” and (the Afterlives of) Dutch Colonialism Jones fornisce diversi esempi di questo fenomeno. Cita, per esempio, Jeffry Pondaag, che alla fine degli anni ’40 denunciò instancabilmente i crimini di guerra dei soldati olandesi in Indonesia, ma fu ignorato da molti storici. O sottolinea come da anni gli attivisti abbiano accusato di “eurocentrismo” gli storici, senza ricevere per molto tempo alcuna risposta da parte degli accademici.

“Gli attivisti hanno svolto un ruolo importante nella storiografia del colonialismo e della schiavitù”, afferma Jones. “Imponevano questi argomenti all’ordine del giorno, istigavano il dibattito sociale e stimolavano la ricerca.”

Jones afferma con decisione che parlare di attivismo e scienza come di due binari paralleli non sia corretto. Le persone possono essere critiche e impegnate dentro e fuori le mura dell’Accademia, ci sono molti attivisti eruditi in grado di competere con i ricercatori universitari.

Secondo Jones, è giunto il momento di apprezzare gli attivisti per il loro impegno critico, che ha fatto sì che la storiografia del colonialismo e della schiavitù iniziassero a muoversi. Che ciò possa portare a una nuova ricerca scientifica, per cui viene scelto un approccio diverso dal solito, è dimostrato dal progetto di ricerca Slaves, Commodities and Logistics che è stato pubblicato la scorsa settimana sul Journal of Social and Economic History. Sebbene sia stato realizzato all’interno delle mura dell’Istituto Internazionale di Storia Sociale (IISH), della VU University e della Leiden University, è chiaro che l’importante cambiamento nel dibattito di cui questo studio fa parte non potrebbe aver avuto luogo senza i molti anni di impegno da parte degli attivisti.

Nei Paesi Bassi, gli storici hanno discusso per anni sul significato del commercio degli schiavi e della schiavitù per l’allora economia olandese. Storici come Matthias van Rossum, Karwan Fatah-Black e Gerhard Kok, che hanno lavorato nel progetto sopra menzionato, hanno cercato di dimostrare sulla base di ricerche e stime ragionate quanto ampio ed esteso fosse questo commercio. Il professore Piet Emmer, ha respinto questi tentativi come insoddisfacenti ed è rimasto del parere che l’influenza di questo commercio fosse marginale. Il dibattito si è sempre bloccato sulla speculazione perchè non sembravano esserci cifre precise, almeno fino ad ora.

Il progetto Slaves, Commodities and Logistics ha rotto lo stallo in questa discussione, per la prima volta, non solo guardando unicamente al commercio degli schiavi, ma anche rilevando tutte le attività basate sulla schiavitù nell’economia olandese. La principale conclusione dello studio presentato la scorsa settimana è che nel 1770 il commercio di schiavi nella provincia dell’Olanda era il 10,36% del prodotto interno lordo. Si trattava del 5,2 percento per l’intera economia della Repubblica. L’anno 1770 non fu ovviamente scelto per caso. Si può dire che si tratta di dodici mesi relativamente noiosi, non ci sono state guerre né crisi economiche. Di conseguenza il 1770 è rappresentativo di altri anni di quel periodo in termini di attività commerciali. Ma non sono solo questi risultati a rendere importante questa ricerca. È anche il tono e lo sforzo che è stato fatto per rendere tangibile il significato del commercio basato sulla schiavitù che rende importante questo lavoro.

La ricerca mostra inoltre che non solo l’élite di città come Amsterdam, Rotterdam, Middelburg e Vlissingen guadagnava dalle attività basate sulla schiavitù, ma che anche la classe media urbana ha beneficiato di artigiani, panettieri e capitani. Basti pensare a tutti i prodotti dallo zucchero al caffè frutto dei lavoro nelle piantagioni delle colonie europee.

Slaves, Commodities and Logistics collega la sofferenza delle persone ridotte in schiavitù nelle piantagioni delle colonie europee con i margini di profitto olandesi. La ricerca mostra che sebbene non tutti gli olandesi fossero direttamente coinvolti nella schiavitù delle piantagioni, tutti gli abitanti del Paese vi entrarono in contatto per lo sfruttamento dei prodotti da lì provenienti.

È bene rendersi conto che non molto tempo fa era del tutto impensabile che fosse condotto uno studio come Slaves, Commodities and Logistics, afferma lo storico Karwan Fatah-Black. “Alla Leiden University, per esempio, Piet Emmer e Henk den Heijer non hanno dato alcuna priorità all’importanza economica della schiavitù atlantica per lungo tempo. Come dei veri gatekeeper, hanno determinato cosa approfondire e cosa no. Non molto tempo fa, Den Heijer si rese conto che ciò non era giustificato: “I Paesi Bassi sono in ritardo in questo campo scientifico a causa di questo atteggiamento”.






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