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ART

Arte e sessismo: è giunto il momento di sostituire il termine “antichi maestri”?

CoverPic: Artemisia Gentileschi, Giuditta che decapita Oloferne | Source: Wikimedia | License: public domain

Nella storia dell’arte il termine “antichi maestri” evoca l’immagine di una figura molto specifica, maschile ed europea. Sarebbe forse il momento di sostituirlo? Se lo chiede Alexandra Chaves in un articolo su The National.

La definizione comprende molti artisti italiani (Michelangelo, Raffaello, Caravaggio, Tiziano, Leonardo),  olandesi (van Eyck, Bosch, Durer, Bruegel) e poi pittori francesi, inglesi e spagnoli. Anche coloro che hanno coniato il termine erano a loro volta uomini ed europei.

Il concetto di “antico maestro” comprende nozioni di esclusione basate sul genere e sull’etnia. Oggi sempre più storici dell’arte, curatori e appassionati d’arte ne hanno evidenziato i toni sessisti e razzisti. Lo hanno inoltre definito riduttivo in quanto indica prevalentemente i pittori attivi tra il Rinascimento e il 1800. Ma scuole, musei, media e il mercato dell’arte l’hanno ampiamente accettato e continuano a impiegarlo. Nelle aste, ad esempio, il termine è uno strumento di marketing.

Una questione dibattuta da tempo

Secondo Maya Allison, direttrice e fondatrice della galleria d’arte della New York University Abu Dhabi, la questione è ampia e comprende l’idea di “opera canonica” e di “canone”, in cui è racchiuso un unico gruppo di antichi maestri con un certo modo di guardare il mondo.

Nel 1971 la storica dell’arte americana Linda Nochlin ha scritto un saggio intitolato Why Have There There Been No Great Women Artists?, in cui individuava le forze istituzionali colpevoli di aver ostacolato il successo professionale delle artiste. Nella storia ci sono state donne di talento e creatività, ma alcune dinamiche sociali e patriarcali le hanno escluse dal mondo dell’arte. Molte artiste attive nello stesso periodo dei cosiddetti “antichi maestri”, pur raccogliendo elogi durante il loro tempo, sono state ignorate dopo la morte. In molti casi le loro opere sono state attribuite alle loro controparti maschili.

Negli ultimi tempi i musei hanno cercato di rimediare con mostre dedicate alle artiste dimenticate. Tra queste, Artemisia Gentileschi (la prima donna a diventare membro di una prestigiosa accademia di Firenze), Elisabeth Vigee Le Brun, Lavinia Fontana e Sofonisba Anguissola.

È un tentativo di attutire le conseguenze dell’ignoranza e dell’ingiustizia del passato, ma non basta: dovremmo concentrarci sulla questione più ampia di ciò che ci è stato insegnato a valorizzare nell’arte e perché.

Creare un nuovo termine è la soluzione?

Allison raccomanda di creare un nuovo termine che descriva la cultura e il tempo. Un concetto che sia relativo e non assoluto. La parola “maestro” lascia poco spazio alle critiche e implica uno standard di lavoro che deve essere rispettato (un’idea che gli artisti hanno costantemente sfidato). Ma non è detto che un nuovo termine eliminerebbe la questione dell’esclusione. Purtroppo, molti musei hanno semplicemente agito come custodi di eredità patriarcali, razziste e coloniali. Alcune istituzioni del campo dell’arte continuano ancora oggi a favorire chi è bianco e chi è maschio.

Le statue danneggiate o rimosse durante le proteste del movimento Black Lives Matter raffigurano colonizzatori, mercanti di schiavi, oppressori. Il fatto che siano rimaste in piedi per così tanto tempo rivela quanto la storia sia stata “imbiancata” e mitizzata. Fino a quando non riconosceremo come la storia (e la storia dell’arte) sia stata scritta al servizio di una parte specifica della popolazione, le donne, le minoranze e i poveri resteranno nel dimenticatoio. Il termine “antichi maestri” è solo uno dei sintomi di questo fenomeno.