The Netherlands, an outsider's view.

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INTERVISTA

Anne (Sea Watch): hanno fatto di tutto per fermarci. Ma la nostra missione rimane salvare vite

di Federica Veccari

additional reporting: redazione

 

cover pix: https://www.facebook.com/events/557336814769209/

La situazione dei migranti che cercano di attraversare il Mediterraneo è disperata: i paesi UE parlano ormai con una sola voce e lo spazio per soluzioni umane, alternative ai respingimenti nell’inferno libico, si è ridotto drasticamente. Lo sanno bene gli attivisti di Sea-Watch, la ong tedesca -che fino a poco fa ha navigato con un’imbarcazione battente bandiera olandese- che di recente hanno visto allargarsi il fronte dell’opposizione alle sue attività, includendo anche il governo de l’Aja. 

Da tempo, almeno dal lungo stop della scorsa estate a Malta, gli olandesi non hanno fatto mistero di voler risolvere definitivamente la questione Sea-Watch 3, una grana politica scoppiata proprio a ridosso di due elezioni. E così, dopo l’ennesima tensione con l’Italia-che considera l’Olanda responsabile per le persone salvate dall’imbarcazione che batte la sua bandiera- il governo di Mark Rutte si è messo al lavoro per apportare modifiche alla legislazione che di fatto rendessero difficile se non impossibile, per le imbarcazioni delle ong, salpare. “Il ministro ha annunciato ad inizio mese che una nuova legislazione, che di fatto ha bloccato la nostra attività, sarebbe entrata in vigore”, racconta a 31mag Anne, attivista olandese di Sea Watch che ha partecipato a diverse missioni di salvataggio.

Cosa ha cambiato nell’attività di Sea Watch l’entrata in vigore della modifica legislativa annunciata dal governo olandese?

Questa modifica alla normativa, applicabile ad organizzazioni umanitarie come le ong registrate nei Paesi Bassi è stata approvata in fretta e furia ed è entrata in vigore con effetto immediato. Ufficialmente dovrebbe disciplinare le operazioni delle navi con bandiera olandese che effettuano salvataggi ma di fatto è stata pensata per noi, perché allo stato attuale siamo la sola imbarcazione olandese con queste prerorgative.

Perchè questa urgenza?

La volontà della ministra era chiara fin da settembre, quando annunciò che ci sarebbe stato un cambio di politica per le navi registrate come imbarcazioni speciali nei Paesi Bassi. In quel momento, disse che un nuovo regolamento sarebbe entrato in vigore per le nuove imbarcazioni ma con quelle esistenti il governo avrebbe aperto un dialogo e trovato una soluzione. 

Quindi Sea-Watch 3, insieme ad altre 4 organizzazioni, hanno fatto pressione con il ministero per capire cosa avrebbe comportato il cambio di rotta governativo.

All’inizio, tuttavia, il ministero aveva mostrato interesse ad ascoltare la nostra opinione. Poi, a gennaio, l’atteggiamento è cambiato: hanno chiesto a noi di fornire input per elaborare un regole che disciplinassero meglio il settore e noi abbiamo chiesto tempo fino (almeno) a fine 2019.

Ma ad aprile abbiamo ricevuto una chiamata dal ministero che ci informava su questo “codice speciale” a cui stavano pensando, chiedendo la nostra opinione. Abbiamo sostanzialmente affermato, come le altre ONG, che non ci opponevamo ad una riforma ma al modo in cui il governo stava gestendo la situazione. D’altronde avremmo preferito una legge, passata in parlamento ad un regolamento emesso dalla ministra che il governo successivo potrebbe cambiare senza una discussione vera e propria.

Secondo voi, i salvataggi nel Mediterraneo da parte di navi di ong sono già qualcosa del passato?

No, anzi: il fatto che ci sia tanta pressione sulle nostre attività vuol dire che ci stiamo muovendo nella direzione giusta. Stiamo facendo ciò che è giusto ed è un peccato che i governi ci mettano i bastoni tra le ruote e che il nostro tempo, dobbiamo trascorrerlo a combattere regole assurde. Credo, tuttavia, che tornare ad essere attivi il prima possibile sia un’assoluta necessità e la resistenza contro di noi mostri quanto siamo importanti. 

Qual è l’obiettivo dei governi europei? E’ abbastanza chiaro: lo scorso giugno, durante un summit sulle migrazioni, i governo non erano d’accordo su nulla. L’unico punto sul quale hanno trovato l’unanimità è chiudere la rotta del Mediterraneo, a qualunque costo. Non vogliono imbarcazioni di migranti e questo spiega il perché, uscendo dal summit, il ministro olandese abbia detto: “Ora ci concentreremo sulla registrazione [della Sea-Watch n.d.r.]. La loro preoccupazione non è assolutamente quella della sicurezza ma quella di fermare le migrazioni. 

Com’è l’esperienza a bordo della Sea Watch?

Puo’ essere molto dura. A volte sei a bordo a lungo, senza che nulla accada e oltre alla noia, puoi sentirti male a causa delle onde. Poi ci sono le operazioni di salvataggio e per quanto diano gioia e soddisfazione per chi è impegnato nei soccorsi, sono comunque esperienze molto dure; i naufraghi non sono in una situazione piacevole perché hanno subito traumi. E poi hai l’impressione di non riuscire a salvare tutti perché tirare fuori dal mare 100 persone tutte insieme, a volte sembra impossibile. 

Cosa è cambiato in 5 anni, da quando avete iniziato?

Prima eravamo solo gente comune che voleva fare qualcosa di concreto ma da allora siamo cresciuti molto sul piano professionale: sono stata a bordo 6 volte negli ultimi 2 anni e ho imparato molto su come funzionano le operazioni. Da parte nostra non è cambiato molto, ciò che è diverso è il contesto in cui lavoriamo: prima lavoravamo a stretto contatto con le autorità italiane ma ora non c’è più alcun tipo di cooperazione. Quanto contattiamo l’ambasciata italiana, loro dicono semplicemente: non è un problema nostro. La crisi di gennaio [quando l’Italia ha negato l’attracco in un porto italiano per settimane alla Sea-Watch] ha mostrato in maniera chiara come sono cambiati i rapporti di forza. Ma la nostra missione, quella no, non è cambiata: abbiamo l’obbligo di salvare vite e di portare i naufraghi nel porto  sicuro più vicino.


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