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CULTURE

“Amsterdam, the magic center”: la musealizzazione della controcultura olandese

Allo Stedeliijk Museum ultimi giorni per la mostra sull’arte e la società degli anni sessanta.



di Giuseppe Menditto

Il 1969, in partenza svantaggiato rispetto agli ineguagliabili fasti dell’anno precedente, si apre con la morte di Jan Palach che protesta contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia e si chiude con la strage di piazza Fontana a Milano.

Ad Amsterdam John Lennon e Yoko Ono trascorrevano la propria luna di miele felicemente sdraiati in una candida camera all’Hilton (ribattezzata da quel momento la suite Lennon/Ono perché “the business never dies”) rilasciando interviste sul pacifismo alle orde di giornalisti assiepati ai piedi del letto.

Negli stessi mesi il gruppo femminista Dolle Mina (Mina la folle), creato in omaggio alla scrittrice e politica Wilhelmina Drucker a lungo impegnata nella lotta per i diritti delle donne a cavallo del secolo scorso, protestava per le strade della città rivendicando diritto all’aborto, salari congrui a quelle maschili, assistenza gratuita per i bambini e, last but not least, libero accesso alle toilette di strada per le donne. Immaginate un gruppo di donne e uomini all’uscita di un matrimonio recitare coralmente alla sposa “vuoi tu essere una schiava?” oppure accerchiare ignari passanti di sesso maschile per subissarli di complimenti e fischi di apprezzamento.

Il 6 giugno dello stesso anno, 250 artisti olandesi occuparono per diciotto ore la sala del Rijskmuseum dove è custodita la celebre tela di Rembrandt Il guardiano di notte: tutto per rivendicare un’idea di arte militante e grottesca, alternativa a quella propagandata ufficialmente. Sempre nell’estate del ’69 Dam Square si trasformò in un gigantesco campeggio per hippies: agli angoli della piazza e sotto il monumento nazionale gruppi autogestiti condividevano le proprie esperienza lisergiche e si scambiavano dettagliate ricette per sballarsi come fossero casalinghe al mercato.

Questa era l’Amsterdam “centro magico”, espressione coniata da Robert Jasper Grootveld, membro di spicco del movimento Provos, per descrivere l’apogeo controculturale della città alla fine degli anni sessanta.

Sul triennio 1967-1970, anni fantasticati da chiunque, lo Stedelijk Museum ha allestito una mostra antologica visitabile fino al 6 gennaio 2019. In esposizione opere provenienti dal Rijskmuseum e dalla collezione privata del museo che testimoniano il graduale diffondersi di istanze già anunciate dalle avanguardie del dopoguerra.

Per il visitatore della mostra, curioso millenial o attempato nostalgico del tempo che fu, non è sempre facile seguire il filo pensato dai curatori: quasi sempre si tratta di opere sociali ancor prima che concettuali e il semplice vederle estrapolate dal loro contesto di riferimento fatto di rumori, luci, interazioni umane non aiuta certo. Se poi si pensa che molti dei lavori esposti sono rimasti soltanto progetti su carta, gli unici sensi che possono soccorrerci in aiuto sono il tatto (laddove consentito) e l’odore dei materiali usati.

A colpire immediatamente, oltre la mole di opere e iniziative proposte, è il ruolo stesso del museo, o meglio la questione della musealizzazione di pratiche artistiche pensate per non essere rinchiuse in un’istituzione culturale. In quegli anni, lo stesso Stedelijk fu protagonista e capro espiatorio della controcultura: proprio nel 1969 il museo allestì la mostra Op losse schroeven, ma fu immediatamente accusato di essere soltanto a favore della conservazione di un’arte elitaria. 

Nel triennio magico l’intera città Amsterdam fu la vera protagonista: i poster di Daniel Buren furono un vero e proprio intervento di street art, Wim T. Schippers allestì un assurdo albero di Natale a Leidseplein in fiamme a metà estate. Tra il ’66 e il ’67 Iris de Leeuw creò delle colorate tute spaziali (Space suits) composte da inserti che potevano essere scambiati per strada: una manica blu per una gamba rossa secondo il precetto “once given, no taking it back”.

Il gruppo di ricerca Eventstructure mise a disposizione di tutti i cittadini delle enormi installazioni gonfiabili in cui poter entrare e rotolarsi per i canali. Louis van Gasteren e Fred Wessels idearono Sunny Implo, una sfera fatta da punti di luce, suono e movimento impercettibile; l’idea originaria era quella di inserire la testa dentro e sperimentare un effetto calmante e psicoterapeutico. Avrebbero dovuto disseminare tali sfere in ogni angolo della città, ma il prototipo fu confinato all’atrio dello Stedelijk.

Letteralmente su carta (fu infatti pubblicato solo nel giornale del museo) rimase la provocazione del tedesco Immo Jalass, quella di far vivere un piccolo nucleo familiare borghese, i Van Dijk, all’interno dello Stedelijk per un mese con tanto di lavatrice e frigorifero.

Gerrit Dekker e Ben d’Armagnac crearono strutture a riprova del fatto che l’arte era anche in grado di proporre un modello completamente nuovo di vita autarchica. Della vita bucolica di d’Armagnac in compagnia della moglie e della compagna, restano tre sinistri letti singoli in legno che rievocano vagamente il tetro “arredamento” di un campo di concentramento. Pieter Engels e Jeroen Henneman, esponenti di spicco di un’arte grottesca (e di un gusto per l’assurdo tutto olandese), allestiscono uno sciaquone di memoria duchampiana e disseminano le proprie opere di lampadine e lettere volanti. L’artista Ferdi crea una scultura colorata e morbida con forme biomorfe intrise di un inebriante erotismo.

Oltre alle opere immediatamente artistiche, le sale dell’esibizione sono disseminate di documenti socio-culturali fondamentali per l’epoca: le foto di Pieter Boersma sul fenomeno dello squatting nel ’68 corredate del prezioso manualetto per l’intraprendente occupatore; le riviste dedicate all’emancipazione sessuale (Gandalf) e quelle dedite a celebrare la cultura psichedelica giovanile (Hitweek che cambiò nome in Aloha); l’apertura del Paradiso e le lisergiche immagini proiettate da Adri Hazevoet sui corpi dei più celebri gruppi in concerto; la lettera stampata su un corpo maschile nudo e inviata dal De Witte Krant alla polizia olandese per denunciare pratiche omofobe; la ricostruzione di una sala del museo Fodor allestita ad Amsterdam con gli slogan del coevo maggio francese; i manifesti della Cuba comunista;  la ribellione a Curaçao nel maggio 1969 e i lunghi editoriali dei collettivi marxisti degli studenti surinamesi.

Forse è questo ciò che rimane di quegli anni: un pizzico di invidia e nostalgia, un lungo elenco di nomi e di energie, un ingresso omaggio alla mostra per chi è nato nel 1950.



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