Il mercato immobiliare alle stelle e i tagli al budget stanno lentamente ma inesorabilmente spingendo gli artisti fuori dalla città. Vent’anni di politica di sperimentazione, scrive Het Parool, rischiano di essere gettati via. “Mancano cinque minuti a mezzanotte”, ha detto Raymond Walraven, presidente della Commissione per gli ateliers e (Woon) Werkpanden di Amsterdam, martedì sera in occasione del simposio online La fine dell’incubatore (Het einde van de broedplaats). Non sta esagerando: quindici dei sessanta incubatori finanziati dall’amministrazione stanno per scomparire. Il loro contratto scade oppure mancano investimenti, dice Het Parool, ma il comune deve tagliare 200 milioni di euro l’anno per coprire gli ingenti costi della crisi Covid. I soldi, semplicemente, non ci sono.

Due anni fa, l’attuale coalizione ha aumentato il sostegno agli incubatori per gli artisti da quasi 2 a 3,5 milioni di euro l’anno. Per il 2021, questo importo è già stato ridotto a 1,7 milioni e nessun nuovo budget è previsto per il periodo successivo al 2023. La vendita di immobili comunali per cercare di pareggiare il bilancio sta riducendo ancora la presenza di spazi per artisti e a breve, la politica di conservare edifici con studi economici, potrebbe andare in fumo, dice ancora Het Parool.

La politica dell’incubatore risale al 1998 e doveva servire per compensare la riduzione del numero di spazi creativi dovuta agli sgomberi degli squat: fino ad allora, infatti, le occupazioni e le comunità che le abitavano erano il motore creativo dietro la scena artistica indipendente.

Ma gli incubatori hanno svolto anche un altro ruolo, meno nobile: sono stati parte del processo di gentrificazione della città, nel tentativo del comune di “rigenerare” aree considerate svantaggiate. Il più grande progetto sviluppato ad Amsterdam è stato l’incubatore di NDSM e durante la crisi del 2008, questo meccanismo socio-culturale ha consentito agli artisti di riempire spazi abbandonati dagli uffici. 

Ma l’impennata del mercato immobiliare ha cambiato direzione alla politica: spazi e investimenti per gli artisti si sono ridotti e il tempo di locazione è sceso inesorabilmente. Per molti: “Gli inquilini si lamentano di non poter legare tra loro e con il vicinato. Non sono quindi propensi a investire da soli nel loro spazio”, dice ancora il Parool.

Alcuni modelli alternativi, fanno riscorso al crowdfunding oppure si sono sviluppati fuori dalla capitale, come la comunità manifatturiera De Hoop che ha costruito un “broedplaats”, spazio per 160 artisti, che a lungo termine potrebbe essere finanziariamente indipendente.

Secondo Bart Stuart, autore di testi sulla gentrificazione, le strategie devono essere diverse ma mirate, soprattutto, a legare la comunità artistica con il quartiere. Amsterdam, in questo senso, cosa può fare? Secondo Stuart, dovrebbe iniziare non vendendo i propri immobili.