Gli elettori di Amsterdam, oltre alla scheda per il comune hanno ricevuto anche un secondo stempas, quello per eleggere uno dei 22 consigli di zona, le c.d. stadsdeelcommissie, istituzioni che andranno a rimpiazzare le 7 bestuurcommissie abolite la scorsa estate.

Fino alla riforma, le bestuurcommissie erano veri e propri “parlamentini” locali, con un presidente, assessori e consiglieri con diversi poteri per questioni di interesse locale. Facendo un paragone con l’Italia, le bestuurcommissie non erano diverse dai municipi di Roma o dai consigli di zona a Milano.

 

Poi un ordine del giorno della giunta, la scorsa estate ha deciso di sopprimere le bestuurcommissie: troppo politicizzate, troppo litigiose e cosi il D66, partito della democrazia diretta e della partecipazione, firma una delibera -votata dalla maggioranza in consiglio- che abolisce le bestuurcommissie trasferendo al consiglio comunale tutti i poteri delegati in precedenza alle assemblee di zona.

Come spiegare ai cittadini che più efficienza vuol dire meno democrazia? Per dare comunque un contentino ai partiti, insoddisfatti per la decisione -in epoca di decentramento- di accentrare i poteri a Stopera la giunta ha istituito le Stadsdeelcommissie, una sorta di “comitati di quartiere” senza alcun potere, se non quello consultivo.

Le decisioni delle vecchie commissioni verranno ora prese dal comune, previa consulenza di questi nuovi consigli nei quali potranno sedere anche cittadini non affiliati ad alcuna formazione politica.

Ma in tanti hanno sollevato dubbi che l’idea di “democrazia locale dal basso” possa effettivamente portare gente comune a decidere del proprio quartiere: nonostante le firme necessarie per presentare le candidature fossero appena 10, l‘idea comune è che il meccanismo finirà -comunque- per privilegiare le formazioni strutturate. 

Con appena un rimborso spese come retribuzione e nessun potere reale, i nuovi “comitati di quartiere” rischiano di naufragare appena istituiti.