L’attesissima mostra del Rijksmuseum, intitolata Slavernij (Schiavitù), intende analizzare gli effetti devastanti della secolare tratta degli schiavi e come gli olandesi hanno tratto vantaggio dalla sua storia oscura.

I commercianti olandesi hanno condotto più di 600.000 africani in Nord e Sud America e tra 660.000 e 1,1 milione di persone nell’Oceano Indiano.

Slavernij è stata concepita nel 2017, prima che il movimento Black Lives Matter prendesse forza.

Black Lives Matter solleva certamente molte questioni che vengono affrontate anche nella mostra

ha esordito il direttore del Rijksmuseum Taco Dibbits in una conferenza stampa online, aggiungendo che l’ampio sostegno al movimento testimonia l’urgenza del tema affrontato.

I Paesi Bassi hanno creato colonie in Indonesia, Sudafrica, Curaçao, Aruba, Nuova Guinea e altrove. L’epoca coloniale si è protratta per 250 anni e si è conclusa sulla carta solo nel 1863.

140 oggetti e opere per raccontare dieci vite

Ideata già da qualche anno e poi posticipata a causa della pandemia, l’esposizione comprende 140 oggetti e opere d’arte – tra cui due ritratti di proprietari di schiavi realizzati da Rembrandt e le catene alle caviglie usate per immobilizzare le persone. Oggetti necessari per raccontare la vita di 10 individui, tra cui persone in schiavitù, schiavisti e obiettori.

Una delle storie raccontate è quella di Wali che, insieme ad altre 255 persone schiavizzate, cercò di fuggire da una piantagione di zucchero del Suriname. Quando fu catturato, venne condannato a essere lentamente arso vivo con la clausola aggiunta dal magistrato Cornelis de Huijbert che la sua carne doveva essere strappata con tenaglie roventi, affinché la sua morte fosse “la più dolorosa e prolungata possibile”. Solo un’amnistia, concessa per evitare lo scoppio di una rivolta, gli salvò la vita ma l’uomo finì comunque i suoi giorni in catene.

Con gli occhi e la voce di una schiava

Un’audioguida raccoglie la voce e i pensieri di Ma Chichi, una donna nata in schiavitù nel 1853, che a sua volta racconta come sua nonna, schiava nella Curaçao del XVIII secolo, la esortava a ricordare sempre che era uguale a chiunque. “Non ha mai fatto quello che volevano i signori”, dice Chichi nella registrazione che risale al 1958, quando aveva 105 anni.

Valika Smeulders, curatrice della mostra e responsabile per il settore storia al Rijksmuseum, osserva che è stato fondamentale

portare alla luce la storia orale a causa della mancanza di proprietà e prove scritte di persone schiavizzate” [Chichi] parla di sua nonna che le diceva che sei uguale a tutti gli altri, sei uguale ai figli del padrone di casa.Ti dà una prospettiva femminile, che è piuttosto rara, e ti dà la prospettiva delle persone che erano così consapevoli della loro umanità anche se vivevano in un sistema che gli ha tolto tutta quella umanità.

La tratta in Europa

Nella mostra si parla anche degli effetti della tratta degli schiavi in Europa e di un servo africano schiavizzato ad Amsterdam. Una delle protagoniste al centro del racconto espositivo è Oopjen Coppit, la ricca moglie di un famoso industriale dello zucchero che si arricchì grazie alle piantagioni in Brasile, di cui Rembrandt dipinse il ritratto nel 1634.

I collari per uomini in catene

Una delle rivelazioni della mostra è un collare di ottone riccamente decorato, donato al Rijksmuseum nel 1881 e inciso con gli stemmi delle famiglie Nassau, Vianden e Dietz. Datato 1689, probabilmente non era un collare per cani, come si pensava inizialmente, ma uno indossato da schiavi neri riportati in Olanda come servi.

Puntualizza Valika Smeulders:

Per molto tempo la gente non ha voluto venire a patti con il significato di quei collari Sono sempre stati descritti come collari per cani, ma se si guardano i dipinti, quelli che indossano quei collari non sono mai cani ma uomini. Le persone si aggrappano al proprio passato, hanno difficoltà a mettere in discussione ciò che hanno imparato ma non è di questo che si occupa il museo. Noi ci occupiamo di storia, ma la nostra visione della storia cambia continuamente.

Raccontare la schiavitù nei Paesi Bassi di oggi

Nonostante il ruolo giocato dal colonialismo nel plasmare la storia olandese, la schiavitù non è una parte significativa dei programmi scolastici nei Paesi Bassi. Dibbits ha detto che spera che la mostra contribuisca a cambiare la situazione. Il museo si è impegnato a pubblicare una rivista sull’argomento da distribuire all’interno delle scuole.

Il direttore del Rijksmuseum ha anche offerto il proprio sostegno al comitato governativo che esaminerà le richieste di restituzione di oltre 100.000 opere d’arte che sarebbero state saccheggiate dalle colonie olandesi.

Il passato è stato trascurato troppo a lungo” afferma Dibbits e “non dobbiamo temere di raccontare questa storia”. Non è infatti trascorso molto tempo da quando il primo ministro olandese Mark Rutte si è rifiutato di scusarsi per i trascorsi coloniali del suo Paese, sostenendo che sarebbe stato “troppo polarizzante”.

Valika Smeulders, a capo del dipartimento di storia del Rijksmuseum, ha aggiunto:

ho lavorato per anni sulla storia della schiavitù, e poterlo fare dal museo nazionale dei Paesi Bassi è stata davvero una bella occasione per riflettere su come si possa fare in un Paese dove la gente non è necessariamente d’accordo su come affrontare questa storia. Vi raccontiamo, non solo attraverso gli oggetti ma anche attraverso la storia orale – vecchie canzoni e interviste registrate all’inizio del XX secolo – di persone che parlano dei loro antenati, dei loro nonni, in modo da calarvi nel XVIII secolo.

Gli oggetti in mostra provengono dalla collezione del Rijksmuseum. I curatori del museo sono perfettamente consapevoli del fatto che parte della collezione reale proviene da donatori che in epoca coloniale hanno beneficiato dalla stessa tratta degli schiavi.

Il Rijksmuseum rimane attualmente chiuso al pubblico, ma è disponibile un tour digitale e gli studenti sono invitati ad entrare gratuitamente. La mostra resterà aperta fino al 29 agosto.