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CULTURE

Al Foam la mostra Feast for the Eyes: The Story of Food in Photography

Una più consueta inaugurazione e un insolito invito a cena per celebrare il sodalizio tra cibo e cultura

di Patrizia Cuonzo

Parlare di cibo nei giorni che precedono le feste di Natale potrebbe non suonare tanto originale. Ma in questo caso il cibo di cui si parla è soggetto di riproduzione artistica, metafora, ricordo, manifesto identitario, dichiarazione di intenti e molto altro ancora.  

Mi riferisco alla storia del cibo per immagini –  Feast for the Eyes: The Story of Food in Photography: mostra allestita presso il museo FOAM di Amsterdam e curata dalla Fondazione Aperture.

Se pensate che le foto di cibo siano diventate popolari solo grazie all’avvento dei social media c’è materiale a sufficienza per farvi ricredere – che poi la digitalizzazione e i social abbiano reso il medium fotografico accessibile e pervasivo è un altro discorso.

Il cibo è cultura poiché comunque implica una conoscenza ed un saper fare, qualcosa di molto più antico, che usiamo fin da prima di diventare sedentari agricoltori. Avete presente le pitture rupestri delle scene di caccia? E in quanto cultura è da sempre veicolo di significati altri e proprio per questo naturale oggetto di riproduzione.

Nella mostra il percorso scelto dalle curatrici – Susan Bright, autrice anche del catalogo, e Denise Wolff,  Senior Editor alla Fondazione Aperture – è duplice: tematico e cronologico. L’esposizione si divide in tre sezioni: Still-life, Around the table, e Playing with Food, all’interno delle quali è possibile rintracciare alcune delle tappe storiche dell’estetica del cibo in immagini.

Nella sezione Still-life in gioco c’’è l’eredità visuale lasciata dalla pittura reinterpretata  con gli strumenti nuovi. Highlights: il sensuale bianconero del Peperone n.30 di Edward Weston, 1930; le famose immagini stroboscopiche di Harold Edgerton, la più nota Milk Drop Coronet, 1957, e  l’ironica pulizia formale delle immagini create per Ikea da Carl Kleiner.

Around the Table, o come diremmo noi, immagini conviviali? si, ma non sempre. Sicuramente è qui che il  cibo diventa più palesemente dichiarazione di identità sociale, di stile di vita, che si tratti di immagini della distribuzione di cibo alle mense dei poveri, o dell’America on the road degli anni ’70 nelle colazioni di Stephen Shore, o della più latina e quasi boteriana scena del picnic domenicale sulle rive della Marne di Henri Cartier-Bresson .

Playing with Food o meglio il contrario di quello che si dice ai bambini. In realtà da adulti si può giocare con il cibo, usarlo in modo allusivo, ironico, anche beffardo. Del resto non è una cosa di cui non abbiamo mai sentito parlare: la battaglia delle arance del Carnevale Storico di Ivrea non rientra forse in questo uso del cibo? Quindi ecco le improbabili e assurde scenette a base di carne conservata create dal duo Fischli & Weiss; le famose provocazioni al limite del politically correct di Guy Bourdin , e la triste visione della velocità applicata al mangiare nell’America del dopo guerra: la carne in scatola SPAM di Ed Rusha. Personalmente preferisco l’ironia del congelato di Irving Penn.

C’è poi un percorso narrativo tutto particolare nei ricettari esposti: a guardarli con gli occhi di oggi alcuni mi sembrano belli da far tenerezza ed altri terribili nel gusto, da farti venire un indigestione solo a guardarli. Di sicuro vi faranno venire voglia di cercare cosa si nasconde nei ricettari dimenticati di mamma o di nonna…

Torno a casa con due immagini nel cuore che più delle altre mi riportano al Natale di questo inquietante 2018: una è un’immagine in bianco nero di un autore sconosciuto che ritrae un ordinario evento di segregazione razziale negli States degli anni ’60.

L’altra è la foto della performance dell’artista JR, “Giant Picnic”, scattata a Tecate, al confine Stati Uniti-Messico lo scorso autunno. L’artista ha trasformato la foto degli occhi di un bambino – simbolo dei  “Dreamers”,  i giovanissimi migranti senza documenti che la cancellazione del DACA da parte di Trump lo scorso anno aveva bruscamente riportato ad un presente di separazione e difficoltà  – in una mega tavolata sulla linea di confine, dove tutto era condiviso: da bere, da mangiare, musica e umanità.

Una prospettiva diversa sulla mostra, un respiro fuori dalla noia del già sentito, l’evento del FOAM LAB Food for thought che si è svolto sabato 21 dicembre presso il Museo: un invito a cena di idee, articolato con un menu che integra e fa da punteggiatura a Feast for the Eyes. Il tutto creato e performato dal gruppo di giovani professionisti – artisti o meno – che lavora con il programma di internships del FOAM LAB .

Nel Menù l’Amuse-bouche – nello spazio StillLife – è una loop video sul food-porn: instagram e social, successi e spoiler in una narrazione veloce, quasi un flusso di coscienza per immagini.

L’antipasto video nello spazio “Around  the table” è un invito a aprirsi alle abitudini conviviali di altre culture, incluso il commento di Lisa e Bart Simpson a ricordarci la chiave di lettura adatta a quasi tutto  “Relax! Be adventurous!” “Yeah, just have fun” .

L’intermezzo è un’altra installazione video tra i libri di cucina e di fronte alla foto – un tantino sessista – di Bourdin, posto perfetto per capovolgere gli  stereotipi del femminile con stralci dalla prima manifestazione di protesta del movimento femminista olandese – le “Dolle Mina”, e  dal video “Viva La Vulva”  provocatoria celebrazione del sesso femminile sulle note di “Praise you”.

Il piatto forte è il Bingo dei numeri E, ovvero i codici identificativi  degli additivi alimentari, chiamati a viva voce per numero e per nome, e spiegati in modo più o meno articolato e inconsueto. 

Ma una cena che si rispetti non è finita se non c’è il dolce e cosi per parlare dello spreco di cibo a feste e compleanni ecco una torta con le riflessioni sull’argomento scritte nella copertura di pasta di zucchero.  

Mangiamoci l’arte e le elucubrazioni dei critici! Rituale simbolico liberatorio! Mangiamoci anche le ambizioni di sostenibilità! Ma anche no… la torta ha sicuramente gli E-numbers giusti per apparire variopinta ma il mio palato mi impedisce di portare a termine il sacrilego atto: il sapore è disgustoso! Forse è per questo che ci sono tanti avanzi alle feste!

Per fortuna c’è la possibilità di lavare via il sapore dei colori con una birra artigianale offerta dallo sponsor Two Chef Brewing sulle note etniche scelte da DJ Fatima Ferrari.


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