L’Africa Museum di Tervuren, in Belgio, si è scusato via Instagram per aver permesso agli ospiti di una loro festa di presentarsi con un vestiario di dubbio gusto. In particolare, avevano la faccia dipinta di nero e indossavano abiti in stile coloniale.

Thé Dansant, società esterna organizzatrice della festa, aveva previsto un codice di abbigliamento: tema africano, quindi colore e vivacità. Ma dopo che le foto dei partecipanti sono state diffuse sui social, diverse critiche sono piovute sull’azienda e il museo.

La società si difende: secondo loro, ognuno interpreta il codice di abbigliamento a modo suo. E non possono rispondere dell’unica persona che si è dipinta il volto di nero e non rappresenta l’intero evento. Anzi, molti africani vi hanno partecipato volentieri.

Il museo si è scusato per aver “gestito male” la situazione; avrebbero dovuto svolgere un ruolo più rilevante nell’imporre in anticipo requisiti e/o condizioni chiare.

L’incidente è poi particolarmente imbarazzante per la galleria: negli ultimi tempi ha costantemente contrastato le accuse di promuovere una posizione “imperialista” e di esporre reperti saccheggiati dalle ex colonie belghe. Ha infatti riaperto solo sabato, dopo un ammodernamento di 5 anni, per un totale di 66 milioni di euro.

L’anno scorso il presidente della RDC Joseph Kabila presentò richiesta formale per la restituzione dei manufatti in tempo per la riapertura del museo. E questo per il difficile passato coloniale che vede protagonisti Congo e Belgio.

Il re Leopoldo II, a capo dell’impero coloniale conosciuto come il Congo belga, mise in esposizione 267 congolesi proprio a Tervuren. La comunità dunque chiese anche un monumento commemorativo per queste vittime, oltre ai milioni di lavoratori congolesi sfruttati nel corso degli anni di dominio belga e sottoposti a punizioni brutali.

L’obiettivo della modernizzazione è stabilire un nuovo rapporto tra il Belgio e le sue ex colonie, basato su solidarietà e cooperazione, senza alcun tipo di prevaricazione.