The Netherlands, an outsider's view.

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Acque, “Il governo tiene conto delle possibilità più estreme”

Parla Timothy Price, ricercatore presso l’Università di Utrecht specializzato in Geografia Fisica



di Rossella Messina

Timothy Price è ricercatore presso l’Università di Utrecht, specializzato in Geografia Fisica, dinamiche costiere, sistemi fluviali e cambiamenti globali. Agli studenti tiene il corso “Managing Future Deltas”, mentre a 31mag ha raccontato qual è la situazione attuale della “lotta” degli olandesi con il Mare del Nord e le sue acque salate.

“Ancora oggi i problemi che l’Olanda ha, in materia di management della acque, sono l’innalzamento del livello del mare, l’aumento delle precipitazioni e la subsidenza. Ma la posta in gioco è più alta, perché la popolazione del Delta olandese aumenta ogni anno”, racconta Timothy, “E questo provoca una maggiore pressione sulla territorio come pure un crescente bisogno d’acqua dolce”.

Ma come è cambiato l’approccio al water management nell’ultimo secolo? “Dopo la grande inondazione del 1953, la reazione fu quella d’introdurre misure ingegneristiche più radicali per proteggere la popolazione. Negli ultimi 20 anni però l’approccio è diventato più flessibile. Si cercano misure più resilienti e durature”, continua l’esperto, “ma anche più intelligenti.” Come costruire aree di sabbia poco profonda davanti alle dighe per smorzare l’energia delle onde ed evitare di costruire barriere altissime. “Come hanno fatto a Petten, vicino Den Helder. Oppure come l’iniziativa Ruimte voor de rivier [letteralmente, spazio per il fiume n.d.r] con cui si cerca di ripristinare un paesaggio naturale intorno ai fiumi principali, lasciando che alcune aree vengano inondate mentre si proteggono altre più popolate”.

Tutti questi progetti vengono monitorati costantemente, per capire migliorarli in futuro. Non solo per motivi di sicurezza, ma anche per cercare di preservare la biodiversità e ristabilire una certa percentuale di aree naturali, data l’urbanizzazione e l’altissima densità abitativa dei Paesi Bassi. La speranza è che ambiente costiero ed entroterra possano tornare a svilupparsi più naturalmente, un tema centrale su pensiamo al problema del cambiamento climatico.

Sì perché una recente ricerca americana  ha raccontato scenari piuttosto catastrofici per il destino delle terre emerse olandesi, se dovesse realmente verificarsi un aumento della temperatura media di 2/4 gradi centigradi. “Siamo tutti d’accordo che il livello delle acque salirà. Ci sono dati globali sull’innalzamento del livello del mare, ma anche differenze regionali”, spiega Timothy, “L’IPCC, l’International Panel on Climate Change, ha un modello con diversi scenari che predicono 20-80 cm di innalzamento  a seconda dello scenario. Il KNMI [Royal Netherlands Meteorological Institute n.d.r.] fa delle previsioni più specifiche per la costa olandese. Il Delta programme [il programma nazionale per monitorare le inondazioni e garantire risorse idriche nel futuro n.d.r.] cerca di tenere in considerazione le possibilità più estreme, cioè fino 1 metro e 20. Sono tutti scenari presi in considerazione perché non siamo certi di quanto le emissioni e altri interventi umani influenzeranno il livello del mare.”

Però la fame di terra dei Paesi Bassi non si è arrestata, nonostante i timori sull’innalzamento del livello del mare. “Vero. Uno dei progetti più grandi e recenti è il Maasvlakte 2, un’espansione del porto di Rotterdam. Certamente per ragioni economiche, dato Rotterdam è la maggiore area portuale d’Europa e tra le prime dieci al mondo.”

Il progetto, infatti, prevede l’investimento totale di 2.9 miliardi di euro, per strappare al mare una zona che richiederà lo sversamento di 20 chilometri quadrati di terra e 240 milioni di metri cubi di sabbia. Un trend, insomma, che ricorda l’annosa questione del “business as usual”. 

Ma il governo olandese è sensibile alle raccomandazioni degli scienziati? “Per molti di questi interventi e iniziative oggi il governo richiede più ricerca. E l’applicazione pratica della ricerca scientifica è il punto cruciale in questi ultimi anni; per intenderci se chiedi fondi vogliono sapere come i risultati posso essere impiegati.”

Infatti, conclude l’esperto, “Il Rijkswaterstaat [ente che si occupa di lavori pubblici water management per il Ministero dell’ambiente n.d.r.] prima tendeva a sviluppare più ricerca al suo interno, mentre ora la conoscenza è più suddivisa, ad esempio con altri istituti indipendenti come Deltares. Quindi ho l’impressione che ci sia una buona collaborazione tra governo, università e istituti di ricerca.”

“Non so se ascoltino veramente, ma almeno sembrano coinvolti.”

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