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La mostra del Museo di Etnologia di Leiden ci porta vicini al mondo degli Aztechi.

La statua di Mictlantecuhtli, il dio dei morti e Re di Mictlan, la parte più profonda degli infer,ha certamente un aspetto spaventoso. Con il suo ghigno isterico e il torso aperto sembra fatta per spaventare. Eppure, come dice il curatore Martin Berger a De Volkskrant:

Gli Aztechi dell’epoca non avevano paura di questa scultura di 128 chili. Mictlantecuhtli era un protettore. Era il dio che vegliava sugli antenati.

Gli Aztechi, che consideravano la morte non come una fine ma come un punto di arresto, non l’associavano a immagini negative. Al contrario. I teschi erano i ricordi più tangibili dei loro antenati. Sarebbe sembrato loro strano considerarli spaventosi o lugubri. In questo senso, la mostra si pone da confronto rispetto al nostro modo di guardare le cose.

La prima sala ricorda un momento orribile della storia centroamericana. Pochi giorni fa era l’anniversario dei cinquecento anni dall’invasione di Tenochtitlan, la capitale dell’impero azteco conosciuta oggi come Città del Messico. Tenochtitlan finì sotto il controllo di una delegazione spagnola guidata da Hernán Cortés. Famoso per quello che seguì l’occupazione: un genocidio che decimò la popolazione locale, a causa dalle malattie portate dalle navi europee.

La caduta di Tenochtitlan fu l’inizio della fine di un Impero che durava da centinaia di anni. Fu anche l’inizio della colonizzazione delle Americhe.

Meno lontano di quando si pensi

La mostra, che è stata organizzata in collaborazione con il Linden Museum di Stoccarda e contiene prestiti dal Museo Templo Mayor e dal Museo Nacional de Antropología di Città del Messico, ha un accento etnografico e meno storico. Non mancano gli oggetti spettacolari – come la maschera a testa d’uccello ricoperta di mosaico turchese -, anche se è la loro funzione come strumenti a essere sottolineata.

L’esposizione è concepita come un viaggio. Dalla periferia dell’impero azteco, il confine esterno a est, al centro, la capitale Tenochtitlan, e da lì al cuore, con le sue varie stanze, ovvero il Templo Mayor. Le stanze sono dedicate all’esperienza della natura, alla guerra e al culto del sovrano. Per dimostrare che la cultura azteca non è un fenomeno strettamente del passato, bensì vive nel Messico di oggi, durante il percorso vengono mostrati molti film e fotografie.

Quello azteco è infatti un mondo meno lontano di quanto si possa pensare. Nel XVII secolo, gli olandesi e gli aztechi erano addirittura compatrioti. Come sottolinea il co-curatore Martin Berger: “Abbiamo servito lo stesso re: quello di Spagna. Facevamo parte dello stesso impero asburgico”.

In termini culinari, inoltre, la cultura alimentare azteca ha arricchito quella europea. Attraverso gli Aztechi, gli europei scoprirono i pomodori, il peperoncino, l’avocado, il mais e il cacao – “chilli” e “tomato” sono addirittura parole azteche. Gli Aztechi producevano già questi prodotti per se stessi.

L’immagine del mondo degli Aztechi

L’immagine che si fissa nella mente dopo aver visitato l’esposizione è quella di una cultura con due volti. Da un lato, l’impero azteco era una macchina da guerra burocratica ed espansiva che soggiogava altri popoli per imporre loro alte quote di produzione. Un mondo duro e gerarchico, in cui l’unica possibilità di mobilità sociale era determinata dalle qualità individuali di essere un valoroso soldato.

D’altra parte, era estremamente spiritualizzato. Le numerose divinità che venivano onorate risiedevano in ogni cosa: gli animali, le piante, le pietre, il sole. La reciprocità giocava un ruolo importante nel modo in cui le persone si relazionavano con il cosmo. Prendere e restituire alla natura. Per far sì che il sole continuasse a sorgere e che il vento continuasse a soffiare, erano necessari dei regali agli dei.

Uno di essi era una pulce d’acqua in pietra del XV secolo presente a Leiden. Adornava il tempio del dio della pioggia Tlaloc. La statua rivela anche un livello di conoscenza anatomica non praticabile ad occhio nudo. Da qui la conclusione che gli Aztechi disponessero di rudimentali microscopi o lenti d’ingrandimento.

I sacrifici umani e la propaganda spagnola

Fondamentali, nel mondo degli Aztechi, erano i sacrifici umani. Nella mostra lo si vede sulle pagine degli atlanti, dove campeggiano cuori strappati e demoni sinistri. Anche se, il creatore della mostra, Rik Herder sottolinea che quella era propaganda spagnola. Gli spagnoli infatti fecero di tutto per rappresentare gli Aztechi nel modo più brutale possibile, così da legittimare la loro invasione. Sebbene l’esagerazione, nel mondo azteco i sacrifici umani non mancavano: le vite servivano da doni. Nella maggior parte dei casi si trattava di prigionieri di guerra ingrassati, ubriacati, decorati e uccisi.

I sacrifici facevano parte di una cultura sacrificale più ampia. L’imperatore Montezuma sacrificava regolarmente il proprio sangue. Inoltre, dentro e intorno alla piramide si trovavano innumerevoli e diversificate offerte agli dei.