di Massimiliano Sfregola

Photo: Sara Prestianni

“Si può entrare? Volevamo fare due chiacchiere con qualcuno”. L’uscio della chiesa del  Sint-Jan-Baptist ten Begijnhofkerk è socchiuso e da dentro una testa poggiata sullo stipite fa cenno di no. “Ora non si può, tornate domani. Molti non stanno bene, non possono parlare”, dice un uomo in francese.

Escono altri due dalla chiesa, qualcuno incrocia il nostro sguardo, chiede chi siamo. Giornalisti, di un portale del Benelux in italiano. “Non è per scortesia, dice un altro, ma la gente è in sciopero della fame, è provata. E poi nessuno parla inglese”, taglia corto in francese.

In questa piazzetta del centro brussellese, non distante dai palazzi del potere UE, c’è un pezzo di quella geografia delle migrazioni tanto temuta dai politici; un gruppo di sans papiers da mesi ha deciso di uscire dal purgatorio in cui sono relegati i migranti senza documenti, alzare la voce e farsi sentire. Vengono dal Maghreb, dal Nepal, dal Medio Oriente e dall’Africa occidentale, parlano più lingue dell’europeo medio e molti di loro calpestano il suolo belga da tanto tempo da avere figli, nati e  cresciuti a Bruxelles, quasi maggiorenni.

 

Per il Belgio, però, loro sono fantasmi: “Lavoro 13-14 ore al giorno per una paga di 3e l’ora. Se non è sfruttamento questo?”, dice Ghael. Qualcuno disposto a parlare, alla fine, lo abbiamo trovato. È un uomo di mezza età algerino che parla un olandese impeccabile: “L’ho imparato nei Paesi Bassi, ho fatto un corso -ci dice-. Ho chiesto lì asilo prima di muovermi a Bruxelles”. Il sistema di accoglienza olandese lo ha tenuto nel limbo per anni e per poco ha mancato il “general pardon”, la sanatoria del 2006. E la sua domanda d’asilo è stata respinta tante volte, prima di convincerlo a spostarsi altrove. Ma in Belgio non è andata meglio: vive a Bruxelles da 14 anni ed è in attesa di una risposta dal servizio immigrazione da 6. Ma qui ha un figlio di 9 anni e di spostarsi, quindi, non se ne parla.

“La situazione lì dentro è critica”, continua Ghael indicando la chiesa: “gli altri sono in sciopero della fame e stanno molto male. Qualcuno ha già tentato il suicidio ingerendo lamette o batterie”, dice sconsolato mentre beve un caffè.”Vogliamo solo un futuro, niente altro. Non si può lasciare gente così per 15 o 20 anni in attesa”. Lui non è in sciopero della fame perché cardiopatico e reduce da una recente operazione. 

La gente è solidale? “Sì, in molti ci sostengono per fortuna. I partiti di sinistra, i sindacati e la Croce Rossa”, dice. Non c’è molto altro da aggiungere. La vita a place Sainte-Catherine è sospesa, nella speranza che qualcosa succeda. Ma per ora, la politica belga litiga: socialisti e verdi francofoni hanno chiesto al premier De Croo di prendere lui, direttamente, in mano il caso. Destra fiamminga e liberali francofoni, in una singolare “alleanza”, chiedono -al contrario- una soluzione penale ad un’emergenza sociale: porre fine ad un “ricatto” con il trattamento sanitario obbligatorio. In pratica, un’azione di disobbedienza civile verrebbe derubricato al gesto di una banda di squilibrati. 

Lo chiede a gran voce il falco Theo Francken, ex sottosegretario con delega ai richiedenti asilo, fortunatamente isolato tra i banchi dell’opposizione nel parlamento federale belga: quando aveva responsabilità di governo, ha fatto cadere il suo esecutivo, nel 2018, per aver rimpatriato illegalmente dei migranti in Sudan. E se qualcuno dovesse spingere la protesta alle estreme conseguenze, il suo successore Sami Mahdi, falco anch’egli e figlio di un ex rifugiato iracheno, non è chiaro quale fine politica potrebbe fare.

 

Dall’altra parte di Bruxelles, in un’aula dimenticata della ULB (Université Libre de Bruxelles), c’è un’altra occupazione. Non è sotto gli occhi di tutti ma è distante, in una mensa dimenticata, l’edificio K, lontana dal campus principale. Per trovarla è necessario chiedere ma nessuno sa dirti dove sono i sans papiers. “Perché li cerchi?”, chiede una guardia giurata. “Per un’intervista”, rispondiamo. All’edificio si accede da un corridoio stretto che dà su un garage. “44 giorni che non mangiamo nulla. Ingeriamo solo liquidi”, dice in inglese Killam, seduto a gambe incrociate su un materassino. L’intera mensa dell’ULB è un campo profughi, letteralmente, con materassini allineati in fila ovunque, panni stesi, lenzuola con scritte a vernice. Qualcuno si è ricostruito artificialmente un po’ di privacy con vestiti o altri separatori di fortuna, i musulmani sono impegnati nell’ora della preghiera. Ci fa da guida una volontaria belga che parla italiano: “Più di un migrante parla bene la vostra lingua, sai?”, dice. Molti sono sbarcati a Lampedusa e hanno trascorso del tempo in Italia.

Tutti sono a letto, a guardare qualcosa sullo smartphone, persi nel vuoto. Tutti sono in sciopero della fame e hanno lo sguardo spento di chi non connette più: “Cosa altro dovremmo fare? Io sono in questo paese da 16 anni, loro due da 13 e lui da 11″. Dipak, Kamal e Yamalal non volevano essere costretti alla leva obbligatoria quando il loro paese era in conflitto e hanno deciso di cercare riparo in Europa: “Avevo sentito dire che in Belgio c’era la possibilità di ricostruirmi una vita e sono venuto qui”, dice ancora Killam che ha esperienza come  chef. “Lavoriamo tutti, io ho seguito un corso professionale e ho anche imparato bene il francese. La mia famiglia è qui eppure la mia domanda d’asilo è stata respinta 5 volte”. 

Photo: Sara Prestianni

Nessuna sanatoria, nessuna considerazione della situazione di fatto: la disperazione è figlia, soprattutto, di un sistema burocratico che promuove uguaglianza formale ma pratica queste forme di ingiustizia di fatto: “Non vogliamo solo che i nostri casi vengano affrontati in maniera umana ma che tutto il sistema cambi. Ecco perché la nostra protesta è collettiva”, dice Killam.

L’aula K, e un’altra aula occupata dell’ULB, e la chiesa Sint-Jan-Baptist ten Begijnhofkerk nel cuore della capitale, a due passi dal salottino delle istituzioni UE, sono i posti più squallidi di Bruxelles: nessuno augurerebbe al peggior nemico di essere costretto a vivere in quelle condizioni, documenti o meno. Sulle disgrazie individuali, su situazioni come questa, conseguenze della crisi infinita dei migranti, ha costruito la sua carriera una generazione di politici europei.

E il rischio, ora, è che la retorica della burocrazia e della fermezza portino questa vicenda, l’ennesima vicenda di questo tipo, alle estreme conseguenze.