CoverPic@Repatriering Ambonnezen, Rotterdam 21/22-03-1951 | Nationaal Archief | Source: Flickr

Esattamente 70 anni arrivò a Rotterdam il primo gruppo di soldati molucchesi del Royal Dutch-Indian Army (KNIL). Seguirono altre undici navi con circa 12.500 molucchesi. Il piano era quello di ospitarli temporaneamente, ma il ritorno alle Molucche si rivelò più complicato del previsto, così come le relazioni con i Paesi Bassi.

Oggi l’arrivo è stato commemorato in vari luoghi nei Paesi Bassi.

L’attore Joenoes Polnaija – conosciuto per il film De Oost (2020) – dice a NOS che il 21 marzo è una data importante da ricordare per lui che appartiene alla terza generazione di molucchesi: i suoi nonni, sbarcati a Rotterdam nel 1951, avevano servito nel KNIL e combattuto dalla parte olandese durante la guerra di decolonizzazione.

“Prima di mettere piede in Olanda i miei nonni e gli altri uomini sono stati congedati dal servizio militare”, dice Polnaija. “Questo è stato un duro colpo. Era il loro orgoglio, il loro status. Era ciò che erano e da un giorno all’altro gli è stato tolto”.

A causa del loro ruolo nella guerra, i soldati molucchesi del KNIL furono visti come collaboratori nell’ormai indipendente Indonesia. Il ritorno alle Molucche del Sud, che era quello che i soldati e le loro famiglie desideravano di più, non era possibile. Le Molucche avevano proclamato la propria repubblica (RMS) il 25 aprile 1950, ma l’Indonesia aveva nel frattempo ripristinato la sua autorità. 

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Poiché i soldati del KNIL e le loro famiglie non erano più al sicuro lì, il governo olandese non vide altra opzione che portare i molucchesi temporaneamente nei Paesi Bassi.

I militari pensavano di rimanere nei Paesi Bassi per circa sei mesi. Ma i mesi si trasformarono in anni, e a poco a poco si resero conto che non sarebbero più potuti tornare nelle proprie case. I molucchesi si sentirono abbandonati per la loro fedeltà all’Olanda.

Senza status e senza lavoro i molucchesi erano ospitati in zone residenziali isolate. Il padre di Polnaija è nato nella zona residenziale di Schattenberg, l’ex campo di Westerbork. Apparteneva al gruppo di molucchesi di seconda generazione che si radicalizzarono negli anni 70 e ricorsero a violenti dirottamenti di treni e il rapimento di ostaggi.

Con queste azioni, questo gruppo esprimeva la propria frustrazione per il dolore che era stato inflitto ai loro genitori e per la posizione senza speranza della comunità molucchese, che aveva grossi problemi di disoccupazione e consumo di droga. “Mio padre è cresciuto in un ambiente in cui predominavano la delusione e il risentimento. In quelle circostanze si è radicalizzato”.

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Source: Moluks Historisch Museum

Ci volle molto tempo perché la comunità molucchese accettasse che il proprio futuro fosse nei Paesi Bassi, ricorda Fridus Steijlen, professore di storia molucchese. “Fino agli anni ’70, questa idea di un soggiorno temporaneo nei Paesi Bassi è rimasta dominante”, racconta il docente.

“Dopo di che, lentamente è iniziato un processo in cui il futuro non era necessariamente legato a un ritorno alle Molucche. I molucchesi hanno visto che era possibile investire in un futuro nei Paesi Bassi in combinazione con la difesa dei diritti dei molucchesi nelle Molucche”, dice ancora Steijlen. “L’esule nei Paesi Bassi è diventato un migrante”.

Concentrandosi su un eventuale ritorno, il governo olandese aveva ignorato i problemi della comunità molucchese per troppo tempo. Dagli anni ’60 in poi, sempre più molucchesi furono ospitati nei quartieri molucchesi in tutto il paese. All’indomani del sequestro, i molucchesi hanno avuto più voce in capitolo sul loro futuro. Sono stati anche avviati progetti, alcuni dalla comunità stessa, per combattere la tossicodipendenza e per aiutare i giovani a trovare un lavoro.

La comunità molucchese è rimasta unita durante la sua storia turbolenta. Per Polnaija è importante diffondere questa storia. È orgoglioso dei suoi nonni della prima generazione, che sono riusciti a sopravvivere nonostante molte battute d’arresto. Ma anche i lati brutti della storia dovrebbero essere raccontati. “Perché allora c’è spazio per lo sviluppo e per la conversazione”, dice.

“Chi meglio di noi può raccontare questa storia? Per me è un dovere farlo, e per fortuna ci sono molti giovani che aprono la bocca insieme a me, non con mattoni e malta, ma semplicemente con i talenti che avete. Come attore o come musicista o in un altro modo”.