di Paolo Rosi

Minacce di morte, lettere minatorie e offese razziste: “Mangiabanane”, “Scimmia Nera” e affini; tanto può costare girare un corto sulla controversa blackface olandese per la CNN. A raccontarlo è Roger Williams, regista statunitense noto per Music by Prudence.

Di recente Williams ha prodotto un mini-documentario per descrivere, da afro-americano residente nei Paesi Bassi, la propria esperienza con la figura di Zwarte Piet; tentando di capire le radici di una tradizione difesa da molti e criticata da altrettanti, compresa la Commissione ONU per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale (CERD).

fonte: Stadsarchief 's-Hertogenbosch
fonte: Stadsarchief ‘s-Hertogenbosch

“L’Olanda è dalla parte sbagliata della storia” ha dichiarato il regista all’NRC, con riferimento al rifiuto da parte dei Paesi Bassi di ammettere le radici razziste (e coloniali) dell’aiutante nero di San Nicola: oggi figura che consegna regali ai bambini, ma fino agli anni ’70 soggetto piuttosto cupo, un diavolo reso schiavo dal Santo che serviva da monito ai ‘cattivi’.

La posizione dei conservatori, però, è nota. Zwarte Piet è la maschera di una festa per bambini, il buffo aiutante che arriva dalla Spagna assieme a Sinterklass. Negli ultimi anni una fazione progressista ha però ingrandito le propria fila, trasformando il dibattito sulla blackface in una questione di razzismo istituzionale dalla portata europea, se non intercontinentale.

ZwartePiet is Racisme

Nel 2011, una protesta all’insegna dello slogan Zwarte Piet is racismeportò all’arresto dell’artista Quinsy Gario (ora opinionista e conduttore televisivo) da parte della polizia di Dordrecht. Da quel momento un nutrito ed eterogeneo gruppo di attivisti protesta a cadenza regolare contro la figura dell’aiutante nero. Con conseguenze a volte estreme: come un anno fa, quando 90 persone vennero arrestate a Gouda per manifestazione non autorizzata.

Speculazioni

Insomma la marea è salita. Ma in politica la discussione procede a rilento. Da una parte organizzazioni (come le scuole di Utrecht e Den Haag) hanno deciso di bandire Zwarte Piet, partiti come i GroenLinks e politici influenti come il sindaco di Amsterdam invitano al cambiamento, mentre altri, come il premier Rutte, dichiarano pubblicamente che gli amici Antillani sono felici perché non devono dipingersi la faccia durante Sinterklass.

Vi sono poi i “negazionisti” di destra e sinistra, dal Pvda al VVD, che non vedono alcun problema in una vecchia tradizione popolare, un po’ per cecità, un po’ per amor di consenso; mentre personaggi alla Geert Wilders sfruttano da tempo la questione nella scalata senza fine del mercato elettorale.

Infine c’è la speculazione commerciale. L’industria lucrosissima che circonda Zwarte Piet: gadget, giocattoli, cibo, vestiti, trucchi, libri, packaging dei prodotti più disparati, tonnellate di pubblicità e centinaia di eventi dedicati. Qui progressismo e istanze conservatrici si riducono a strategie di mercato con lo scopo finale di soddisfare al meglio pubblico e clientela: non a caso i centri commerciali d’Olanda (Albert Heijn, Jumbo, Hema, Blokker, De Bijenkorf…) sono ultimamente scesi in campo mantenendo o “aggiornando” l’aiutante di Sinterklass.

Il dialogo che non c’è 

fonte: Historischcentrum Leeuwarden
fonte: Historischcentrum Leeuwarden

Nel flusso dei media mainstream però sembra mancare un discorso serio su Zwarte Piet. Quanti sono, ad esempio, i Paesi europei ad avere una situazione simile? E ancora, come è possibile che nella civilissima Europa 90 persone vengano arrestate per una maschera di Natale? Tutti quesiti generalmente evitati nel dibattito pubblico.

Senza dimenticare che Zwarte Piet è una tradizione recente (inventata a metà XIX secolo) e intrisa di cultura imperialista che non è mai stata giustificabile in quanto tale. Quando poi un patrimonio storico come questo viene riproposto in rituali collettivi, la possibilità che qualcuno si senta discriminato dovrebbe, secondo la costituzione, essere quanto meno considerata.

Invece attorno al Piet nero (lo dimostrano i malumori sociali) gravitano azioni intimidatorie e il disagio di alcune minorante etniche. Ma soprattutto il rifiuto dei Paesi Bassi di scendere a patti con la propria storia coloniale, riconoscendo il patrimonio della nazione per quello che è: documento tanto di cultura, quanto di barbarie.