CULTURE
Gli italiani del World Press Photo 2017, storie di impegno e sensibilità

Abbiamo incontrato i vincitori italiani di World Press Photo 2017

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Gli italiani del World Press Photo 2017, storie di impegno e sensibilità

Di Martina Fabiani e Cecilia Terenzoni

video: Martina Bertola

 

In questa società, dominata e bombardata da rappresentazioni di ogni tipo c’è bisogno di ricreare una cultura dell’immagine. La bulimia di scatti che non raccontano né esprimono nulla, genera l’esigenza di riconsiderare la fotografia stessa come strumento per aprire le coscienze. L’attrezzatura fotografica è innanzitutto un mezzo per comunicare un punto di vista, un determinato sguardo sulla realtà che ci circonda.
È questa la missione di World Press Photo, organizzazione attiva dal 1955, con sede ad Amsterdam. Le più famose sono foto legate a tematiche storiche che, anno per anno, hanno rispecchiato l’evoluzione della società, rendendo iconiche le immagini degli eventi di questi anni, quali conflitti, guerre e discriminazioni.

Nell’edizione 2017 sul podio sono saliti quattro italiani; il fotoreporter Alessio Romenzi si è aggiudicato il terzo posto nella categoria “Notizie Generali”, grazie allo scatto “Non prendiamo prigionieri”, realizzato in Libia.
Ma si può utilizzare lo strumento fotografico in maniera ugualmente efficace, senza essere necessariamente dei “Rambo della fotografia”, come hanno fatto gli altri 3 vincitori. Spesso introdurre una macchina fotografica in un contesto può riattivare un nuovo interesse, o di più, meravigliare per la possibilità offerta di guardare in un altro modo. Si può cogliere dunque la potenzialità delle foto come documenti in grado di raccontare, attraverso una poetica, le tracce dell’esperienza vissuta.
La fotografia può ispirare un cambiamento sociale attraverso la presa di coscienza di un tema che è sotto gli occhi di tutti, ma che molto spesso viene ignorato. Il supporto fotografico può essere strumento fondamentale per veicolare un messaggio, per riattivare della percezioni, soprattutto laddove c’è una difficoltà di comunicazione.

“Per me la fotografia di documentario è libertà di pensiero, perché posso porre l’attenzione a ciò che voglio, cercando di comprendere meglio la realtà che mi circonda”, racconta Giovanni Capriotti, fotografo freelance romano. Il suo lavoro indipendente esplora molteplici temi in tutto il Nord America e nel mondo, concentrandosi su narrazioni uniche e intime che spesso passano inosservate.
Da 8 anni vive tra Toronto e Montreal con la sua famiglia. E proprio a Toronto ha completato il suo percorso fotografico iniziato nel 1991 alla London College of Communication, dove ha conseguito una laurea in fotografia tradizionale, a pellicola.


Lavorando per una nota compagnia aerea, Giovanni ha avuto l’opportunità di viaggiare e di appassionarsi al reportage sociale e alla fotografia di documentario: “è stata una palestra di vita a livello fotografico per imparare a raccontare una storia per immagini e sviluppare il mio stile e la mia tecnica”.

Nel 2014 si trasferisce per amore in Canada, che diventa il suo trampolino per il mercato nord-americano. “Ho iniziato a scattare per le più grandi testate canadesi”, dice Giovanni, “mi occupo di corporate photography grazie alla quale riesco a finanziare i miei progetti personali, a lungo termine”.
Le 10 fotografie che Giovanni ha scelto per WPP 2017 nel suo lavoro “Boys Will Be Boys” rappresentano la Muddy York Rugby Football Club, la prima squadra di rugby gay-friendly a Toronto.

Il mondo della palla ovale è considerato da molti l’ambiente machista per definizione. Il lavoro vuole “destrutturare e ridescrivere il concetto di mascolinità all’interno della performance sportiva”. Non si tratta quindi solo di una storia di rugby, ma di una storia con un intento pedagogico-sociale: l’idea è di abbattere i pregiudizi, per liberarsi dagli stereotipi legati alla superiorità recondita e nascosta della mascolinità.

Anche Francesco Comello è entrato in punta di piedi nelle vite degli abitanti dell’“Isola della salvezza”, cercando i giusti modi per trasformare quella diffidenza iniziale in condivisione. “Se c’era da raccogliere le patate, andavo a farlo con loro, se c’era da fare il rito del bagno nell’acqua gelida a gennaio, lo facevo. Questa mia disposizione nei loro confronti, ha fatto sì che nei viaggi successivi avessi tutta la libertà di muovermi nel loro ambiente in modo abbastanza invisibile”, queste le parole del fotografo friulano, grafico di professione, ma che all’arte dell’istantanea vorrebbe dedicare tutte le sue attenzioni. Quest’ultima, per lui, coincide con il viaggio. L’uno non esiste senza l’altra. “C’è una sovrapposizione della fotografia con l’esperienza di vita, perché si raccontano storie ma le si vive anche”, ci dice. Parte a volte senza una vera e propria progettualità – che arriva dopo – per il bisogno di distaccarsi dal perimetro battuto del quotidiano e ricercarne un altro.

La Russia è stata per lui una fonte inesorabile di ricchezze. I suoi progetti lì iniziano nel 2008, grazie all’incontro con una scultrice di San Pietroburgo, che lo ha introdotto in un villaggio nel nord del Paese, dove il fotografo si è recato quattro volte per documentare lo scorrere del tempo nelle diverse stagioni.
“L’isola della salvezza”, progetto con il quale ha vinto il WPP è invece più recente, ma strettamente connesso al primo. Si tratta di una comunità nata negli anni ‘90 per mano di un prete ortodosso e che oggi accoglie circa 450 persone.
Lontana dal chiasso della globalizzazione, questa gente si dedica allo studio, alle attività ricreative, allo sport e alla preghiera. “Possiamo chiamarlo un monastero laico, una aggregazione di persone che cerca di vivere di collettivismo e autogestione”, racconta Francesco. Non c’è circolazione di denaro, non vengono utilizzati cellulari, internet o tv, considerati mali della società.
Un’isola che il fotografo definisce “felice”, quasi utopica se vogliamo – che ricorda vagamente quella di “Utopia” teorizzata dal filosofo Thomas More –, dove si vive per il proprio sostentamento e non esiste proprietà privata.

Una fotografia, quella di Francesco, in bianco e nero, lirica e mai costruita. I soggetti sono decentrati e avvolti da un’aura magica. Le foto sono visioni, frammenti di una storia che l’osservatore può interpretare e, se vuole, continuare nella propria immaginazione.

Seppur sempre di impegno si parla, altro capitolo è quello di Antonio Gibotta, nato ad Avellino nel 1988. “Sentivo come una sorta di vocazione per la fotografia e quando mio padre finalmente mi ha portato con lui a scattare, ho capito che non avrei voluto fare nient’altro nella vita”, racconta.

Ha vinto al WPP con “La Battaglia degli Infarinati”, festival scherzoso e di folklore che prende ispirazione dalla Battaglia degli Innocenti e che si svolge ad Ibi, in Spagna, da 200 anni.
Se in provincia di Alicante si è buttato tra le uova e la farina, diversi sono i reportage che ha realizzato all’estero, iniziando a viaggiare da solo sei anni fa.
È stato in Africa e in India, dove ha realizzato reportage sui festival di Holi e di Holla Mohalla. “Questo è un mestiere che non si può fare da dietro la scrivania”, dice.

La sua macchinetta fotografica non ha congelato solo folklore e tradizione, ma anche impegno sociale e attualità. Nel 2014 e 2015 Antonio ha svolto due progetti con l’Unitalsi sul trasporto dei bambini ammalati a Lourdes, viaggiando in treno per oltre 60 ore; “Alcuni si recano sul luogo per fede, altri per fare la Prima Comunione. Sono stato il loro fotografo ufficiale ed è stata un’esperienza che mi ha cambiato”, confessa il fotografo napoletano. È ancora in corso il lavoro sulla rotta balcanica, l’epopea dei migranti che cercano di raggiungere l’Europa.
Foto di impatto, a volte crude e con al centro sempre l’uomo e i suoi mille volti.

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